lunedì 4 novembre 2013

L’Iran grida ancora: “morte all’America!”



Ali Reza Jalali

Una folla oceanica si è oggi radunata davanti all’ex ambasciata americana a Teheran per commemorare il 34/o anniversario della presa della rappresentanza diplomatica statunitense. Lo slogan più urlato dalle masse è stato “morte all’America, morte a Israele”. Dominavano stamane nella capitale iraniana le bandiere con scritte inneggianti alla fine dell’egemonia imperialista nordamericana nel mondo. Infatti nel novembre del 1979, in una condizione sociale caotica come quella post-rivoluzionaria, i vari gruppi politici cercavano di trovare il proprio spazio, spesso usando anche la forza e ricorrendo al terrorismo, per eliminare i concorrenti. Inoltre, le mire egemoniche degli Stati Uniti, portavano l’allora governo di Carter ha tentare di rientrare in Iran dopo la caduta di un regime (quello dello Shah) da loro sostenuto fino all’ultimo istante. I gruppi rivoluzionari ovviamente, e lo stesso imam Khomeini, guida del processo rivoluzionario iraniano, erano consapevoli che l’America stava organizzando la reazione, basata principalmente su alcuni personaggi legati al fronte rivoluzionario stesso.
Non pochi furono i tentativi di destabilizzare dall’interno la neonata Repubblica islamica, proclamata tramite referendum nella primavera del 1979. Allora era in carica, per volere dell’imam Khomeini, il governo provvisorio di Bazargan, che non era un intransigente del movimento rivoluzionario, e addirittura non disdegnava che l’Iran post-rivoluzionario potesse rimanere in amicizia con gli americani, questione che emerse in un incontro, nemmeno tanto segreto, tra Bazargan e alcuni esponenti dell’amministrazione nordamericana in un viaggio all’estero dello stesso premier provvisorio. Vedendo la situazione, caratterizzata da un governo di transizione che rischiava di vanificare lo sforzo rivoluzionario per creare un Iran indipendente, i militanti islamici, principalmente quelli riconducibili al “Tahkime Vahdat”, di cui faceva parte anche il giovane Mahmoud Ahmadinejad, decisero di forzare la mano e di agire, prima che la Rivoluzione venisse tradita, essendo uno dei principi fondamentali della Repubblica islamica, l’indipendenza dalle cosiddette superpotenze. Una delle basi privilegiate che gli americani usavano per la destabilizzazione della Rivoluzione islamica era indubbiamente l’ambasciata statunitense a Tehran. Subito dopo il trionfo della Rivoluzione, i militanti chiusero unilateralmente la rappresentanza diplomatica di Tel Aviv, che era attiva in Iran da diversi anni, essendo lo Shah un alleato di Israele. Nell’autunno del 1979 quindi, i rivoluzionari decisero di dare un altro colpo alle mire straniere in Iran, sia per far capire al governo americano che non erano disposti ad abbandonare gli ideali rivoluzionari, sia per far comprendere alla compagine di Bazargan che la Rivoluzione islamica ha caratteristiche decisamente anticolonialiste, e un approccio superficiale porterebbe l’Iran al punto di partenza. Infatti i simpatizzanti del “Tahkime Vahdat”, assaltarono l’ambasciata americana, e presero in ostaggio gli addetti del personale; tra i giovani rivoluzionari iraniani, vi era anche, come abbiamo detto, Mahmoud Ahmadinejad. Quell’azione, che poi l’imam Khomeini, per sottolinearne l’importanza definì la “seconda Rivoluzione”, pose le basi per la rottura dei rapporti diplomatici tra USA e Iran e costrinse alle dimissioni il governo provvisorio di Bazargan, ormai incapace di tenere sotto controllo l’ala più antimperialista del movimento rivoluzionario.
La crisi degli ostaggi come sappiamo, portò gli americani ad intraprendere una goffa reazione culminata nell’umiliante vicenda del fallimento delle operazioni militari che dovevano liberare gli ostaggi e l’ambasciata americana a Tehran, che i rivoluzionari ribattezzarono come il “covo delle spie”. In una tempesta di sabbia nel deserto dell’Iran centrale infatti, gli elicotteri americani rimasero intrappolati e senza che le autorità iraniane muovessero un dito, la missione fallì. I rivoluzionari islamici videro in ciò un miracolo divino, dimostrazione, dal loro punto di vista, della giustezza delle loro istanze antiamericane. Oggi come allora la nazione iraniana, nonostante le difficoltà, e nonostante la voglia di “americanizzazione” di una parte della borghesia e della classe politica di Teheran, non accetta la dominazione coloniale, e auspica non solo la liberazione del Medio Oriente, ma quella del mondo, dall’ingiustizia perpetrata dal capitalismo selvaggio internazionale, guidato dal governo gurrafondaio di Washington.

Tratto dal sito di "Stato e Potenza" 

domenica 3 novembre 2013

Alireza Jalali all’IRIB: relazioni Iran-Usa, cambia il linguaggio e la tattica ma non le politiche


Alireza Jalali all’IRIB: relazioni Iran-Usa, cambia il linguaggio e la tattica ma non le politiche di base (AUDIO)


IRIB ITALIA 
Alireza Jalali all’IRIB: relazioni Iran-Usa, cambia il linguaggio e la tattica ma non le politiche di base (AUDIO)
TEHERAN - Il 4 novembre, in Iran si celebra la presa dell'ex ambasciata Usa a Teheran, denominata 'il covo delle spie', nel 1979, all'indomani della vittoria della rivoluzione islamica e la caduta del regime monarchico.
Alireza Jalili, redattore del periodico 'Stato e Potenza' e analista del Medio Oriente, rispondendo alla domanda: “Morte all’America rimane sempre lo slogan principale del popolo iraniano oppure con la elezione del presidente Rohani questo sara’ modificato, ha detto: Penso che un cambiamento nelle relazioni Iran- Usa ci sara’, ma sara’ un cambiamento nel linguaggio e al Massimo nella tattica, mentre le linee principali della diplomazia restano quelle annunciate dalla guida suprema Ayatollah Khamenei….

http://italian.irib.ir/analisi/interviste/item/134012

sabato 2 novembre 2013

La dichiarazione di Balfour, wahabismo, "balcanizzazione" del mondo islamico



di Ali Reza Jalali 


File:Balfour declaration unmarked.jpg


Le potenze occidentali hanno sempre guardato con attenzione ai propri confini orientali e meridionali, per via dell’interesse strategico finalizzato al controllo dei traffici commerciali tra Europa e Asia. Indubbiamente, la collocazione dei Paesi islamici, prevalentemente inseriti tra l’Occidente e l’Estremo Oriente, ha fatto attrarre l’attenzione dei colonialisti su quei territori, compresi a grandi linee tra il Bosforo e il Subcontinente indiano. Il controllo di questa macroarea, voleva dire per gli europei, controllare i traffici commerciali tra l’Occidente e l’Oriente. In questo senso vanno interpretate le varie avventure coloniali di inglesi e francesi nella regione del Vicino Oriente e l’espansionismo verso il Mediterraneo orientale, il Canale di Suez, il Mar Rosso, il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, quanto meno nella sua parte settentrionale. Ad esempio l’avventura napoleonica in Egitto alla fine del Settecento, era finalizzata all’egemonia sulla zona strategica a ridosso del Mar Rosso, nel tentativo di disturbare l’azione degli inglesi in quella regione. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento però, la regione del Vicino Oriente fu scossa dalla scoperta del petrolio, che da allora fino ad oggi, e probabilmente anche lungo il XXI secolo, è stato, è e sarà il motore dell’economia mondiale (senza dimenticare il ruolo fondamentale che sta assumendo sempre di più il gas naturale, un’altra strategica risorsa dei Paesi della regione). Da allora le potenze coloniali, in primis Francia e Gran Bretagna, hanno cercato l’egemonia nel mondo musulmano, puntando e investendo molto nel vecchio principio del colonialismo, basato sull’incentivazione delle guerre fratricide islamiche, finalizzate all’indebolimento reciproco dei Paesi della regione. Evidentemente è più facile dominare e influenzare un Paese debole che uno forte, e un Paese sempre coinvolto in guerre è molto più vulnerabile di uno che vive nella stabilità e nella pace. Il primo passo per la deflagrazione della regione, finalizzato al controllo dei Paesi del mondo islamico, per facilitare l’approvvigionamento energetico a basso costo della Francia e della Gran Bretagna, fu il celebre accordo segreto Sykes-Pikot del 1916, dal nome dei ministri inglese e francese, che stipularono il patto. Grazie ad esso, i territori dell’impero ottomano, all’indomani della fine della Grande Guerra, furono divisi e un grande Stato si trasformò in una quantità di Paesi molto più piccoli e più deboli. Bisogna notare che questo progetto, che diede vita alla Turchia, alla Siria, al Libano, all’Iraq e ad altri Paesi, fu possibile grazie ad un piano diabolico di guerra fratricida tra popolazioni musulmane, in nome di diverse confessioni e soprattutto sfruttando la rivalità tra turchi e arabi. A questi ultimi era stato promesso un grande Stato panarabo, che evidentemente non nacque mai. Infatti, una volta sconfitti gli ottomani, gli inglesi e i francesi, divisero i territori arabi dell’ormai ex impero in diversi Stati, con confini arbitrari, con il proposito di creare ulteriori dissidi tra i popoli della regione. Per cui fu creato ad esempio un Iraq ingestibile, basato sulla forzata convivenza tra arabi, curdi, turcomanni ecc. con diverse religioni e confessioni (musulmani sciiti, musulmani sunniti, cristiani caldei, cristiani assiri ecc.), per porre le basi di nuovi attriti e nuovi scontri. 



Insomma, da allora in avanti il Vicino Oriente sarebbe stato il teatro di guerre civili fomentate da potenze straniere interessate al dominio di una delle più ricche regioni al mondo, il controllo della quale poteva significare (e lo stesso vale ancora oggi) il dominio delle dinamiche globali e dell’economia di diversi Paesi. Un altro punto fondamentale del dominio coloniale occidentale nel mondo islamico è l’aiuto notevole che gli inglesi hanno dato alla corrente “wahabita” nella Penisola araba, in funzione anti-ottomana. Il wahabismo è un movimento massimalista nato in Arabia nel XVIII secolo, che secondo i dettami del fondatore di questa ideologia estremista, Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhab, morto nel 1792, sarebbe incentrato in una sorta di ritorno alla purezza primordiale della comunità islamica, contro alcune forme “eretiche”, almeno secondo i fautori di questa scuola di pensiero, come il culto dei luoghi santi, usanza diffusa in molte zone del mondo islamico, tra gli sciiti, ma anche tra i sunniti (soprattutto nel sufismo) (16). Tra le malefatte di questo gruppo massimalista possiamo citare, a conferma della indole anti-islamica di tale setta, la devastazione della tomba del profeta Muhammad nel 1805. Più volte gli ottomani cercarono di reprimere la furia reazionari wahabita: ad esempio tra il 1811 e il 1818 vi furono diverse spedizioni per sconfiggere i wahabiti nella Penisola araba, ma i rimedi non furono efficaci. Alla fine questo movimento reazionario e settario, col supporto inglese, riuscì a creare uno Stato autonomo nell’Arabia centrale. Il culmine del potere wahabita arrivò nei primi anni del Novecento quando essi conquistarono La Meccca, e crearono un Emirato che andava dall’Arabia centrale al Mar Rosso. La dinastia Al Saud quindi, riuscì insieme ai colonialisti inglesi a emancipare la Penisola araba dal dominio ottomano e a creare negli anni ’20 l’Arabia Saudita. La diffusione del pensiero rigorista wahabita e l’aiuto che il colonialismo occidentale ha fornito a questa setta per distruggere l’integrità territoriale dell’impero ottomano è da collegarsi al più problematico degli avvenimenti del mondo islamico nel XX secolo, ovvero alla creazione del cosiddetto “Stato di Israele”. Non a caso il progetto Sykes-Picot, per la spartizione e la deflagrazione dei territori arabi in mano agli ottomani, è del 1916 e la famosa Dichiarazione di Balfour, riguardante la futura nascita di un “focolare nazionale” (“National Home”) per gli ebrei in Palestina è del 1917. In pratica, senza la disgregazione dell’impero ottomano, fomentato e pianificato dagli occidentali ed eseguito sul campo da alcuni gruppi estremisti, come appunto la setta wahabita, nemica dei sunniti ottomani come degli sciiti, che attraverso una massiccia mobilitazione nel mondo arabo, prevalentemente nello “Hijaz” (regione della Penisola araba, a ridosso del Mar Rosso), portarono a compimento i piani del colonialismo. 



Il risultato fu che grazie a questi sforzi, non solo gli arabi non ottennero un grande Stato panarabo, non solo furono divisi in alcuni piccoli e deboli Stati, ma gli stessi arabi palestinesi furono cacciati dalla loro terra, e rimpiazzati dagli ebrei emigrati da diverse zone del mondo. Il frutto della collaborazione tra le potenze “democratiche” e le forze reazionarie del mondo musulmano, portò alla creazione del regime sionista, che da allora fino ai giorni nostri, rappresenta la principale minaccia alla stabilità della regione e dei popoli di fede musulmana. Riguardo alla diretta contingenza tra il progetto colonialista di spartizione dell’impero ottomano e la creazione del regime sionista, Angelo Arioli scrive:
“Alla vigilia della I guerra mondiale, l’impero ottomano che abbraccia buona parte del mondo arabo e del quale la Palestina è provincia amministrativa, versa in profondissima crisi dopo secoli di splendore e potenza economica, e ai suoi ampi possedimenti si volgono le mire degli Stati nazionali europei, interessati ad assicurarsi il controllo di aree strategiche ed economicamente rilevanti. All’interno dell’impero poi, una parte degli arabi aspira ad emanciparsi dagli ottomani, per creare uno Stato arabo unito. Ma questo sogno degli arabi, apparentemente sostenuto dagli inglesi, è di breve durata: mentre promettono sostegno agli arabi per la creazione di un loro Stato in cambio di aiuto contro gli ottomani, gli inglesi trattano segretamente coi francesi e si spartiscono le province arabe dell’impero. La spartizione avverrà puntualmente all’indomani della guerra, con la sconfitta e lo smembramento dei territori ottomani, regolata dalla Conferenza di S. Remo (25.4.1920). In questo quadro generale alla Palestina tocca una sorte particolare, in quanto la sua storia e quella dei suoi abitanti si intreccia con un movimento nato in Europa, il sionismo, mirante alla creazione per gli ebrei di uno Stato in Palestina. Uno dei primi episodi che indica una convergenza diretta tra il sionismo e i progetti coloniali occidentali lo si ha nel 1917, in pieno conflitto mondiale, quando l’Inghilterra, in cambio di pressioni che l’influente comunità ebraica americana avrebbe dovuto effettuare sul governo degli Stati Uniti per convincerlo a entrare in guerra, dichiarava tramite il suo ministro degli Esteri Lord Balfour di vedere con favore la creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. 


La domanda che dovremmo porci è la seguente: sarebbe stata possibile la creazione del regime sionista sui territori arabi, senza il supporto di alcuni gruppi settari e massimalisti, anti-islamici e reazionari, ai progetti del colonialismo occidentale? Ovviamente no. Solo grazie alla guerra fratricida tra arabi e turchi, tra musulmani di diverse confessioni, alimentata da alcuni estremisti, e studiata a tavolino da potenze straniere, è stata possibile la deflagrazione del mondo islamico e l’istallazione dell’avanguardia occidentale nel cuore del Vicino Oriente. La logica del “divide et impera” non fallisce (quasi) mai.

mercoledì 30 ottobre 2013

NONOSTANTE LE POLEMICHE, CONFERMATO L'INCONTRO DI TERNI SULLA SIRIA




RICORDIAMO A TUTTI CHE, NONOSTANTE LE POLEMICHE, L'INCONTRO SULLA SIRIA E IL MEDIO ORIENTE IN PROGRAMMA A TERNI PER IL 16 NOVEMBRE E' CONFERMATO. NON MANCATE. 

http://www.statopotenza.eu/9163/comunicato-in-merito-alla-conferenza-di-terni-sulla-siria

http://www.contropiano.org/politica/item/20002-rossobrunismo-il-pdci-di-terni-abbocca

domenica 6 ottobre 2013

L’EVENTUALE DISGELO NELLE RELAZIONI TRA WASHINGTON E TEHERAN


http://www.eurasia-rivista.org/leventuale-disgelo-nelle-relazioni-tra-washington-e-teheran/20188/

:::: Seyyed Hadi Zarghani :::: 
L’EVENTUALE DISGELO NELLE RELAZIONI TRA WASHINGTON E TEHERAN
Dopo il viaggio a New York del presidente iraniano Rohani e le inaspettate aperture diplomatiche all’Occidente e soprattutto agli USA, l’attenzione mediatica e degli esperti si è concentrata sulle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Come “ciliegina sulla torta” del disgelo apparente tra Teheran e Washington poi, abbiamo potuto apprezzare la telefonata storica tra i due leader, Obama e Rohani, primo contatto diretto tra personalità politiche di spicco delle due nazioni da più di trent’anni a questa parte. Nel recente passato c’erano stati dei contatti per quello che riguarda vicende come quella irachena e afghana, ma mai si erano riscontrati contatti diretti ad alto livello, come quello tra i due presidenti o tra i Ministri degli Esteri, Kerry e Zarif. L’importanza di questi contatti è analizzabile da diverse prospettive, in primo luogo per via del fatto che i due paesi in questione non hanno più relazioni diplomatiche dal 1979, cioè da quando a Teheran un gruppo di rivoluzionari fece irruzione nell’ambasciata a stelle e strisce sequestrando il personale all’interno dell’edificio. Da allora i due paesi hanno vissuto in una situazione di costante guerra fredda.
Ma un eventuale miglioramento dei rapporti bilaterali non ha un impatto solo sulla forza e la tenuta di questi due attori della politica internazionale, ma anche su quella di altri attori, sia in Medio Oriente che a livello globale. Come sappiamo il cuore della geopolitica è rappresentato dallo scontro tra le varie potenze, e la concorrenza avviene su diversi livelli: economia, politica, cultura, strategia militare ecc. I vari attori geopolitici sono in continua lotta tra di loro, per il primato e per la supremazia. Il miglioramento dei rapporti tra USA e Iran ha un effetto diretto sulle altre potenze del Medio Oriente e dell’Asia occidentale. Non a caso alcuni paesi della regione hanno accolto con freddezza le notizie provenienti da Washington, in quanto un disgelo tra USA e Repubblica Islamica porterebbe ad un indebolimento delle istanze anti-iraniane di alcuni attori regionali. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait e Azerbaigian, sicuramente non vedono di buon occhio un riavvicinamento tra Teheran e Washington. Tutto ciò in base al fatto che questi governi hanno impostato la loro politica regionale su un principio unico, l’opposizione all’Iran, e proprio per questo negli ultimi anni hanno ricevuto molto appoggio da Washington. Ora che Obama sembra voler intrattenere migliori relazioni con Teheran, la paura dei vari attori regionali filoamericani è di essere se non abbandonati, quanto meno “discriminati” dalle nuove scelte della Casa Bianca.
A un livello più basso, esistono serie preoccupazioni per un miglioramento delle relazioni USA-Iran in paesi come Pakistan, Turchia, Egitto e Turkmenistan. Ma il paese in generale più preoccupato per un miglioramento dei rapporti tra l’Iran e gli USA, almeno a livello mediorientale, è sicuramente Israele. A livello globale possiamo dire che certamente nazioni come Russia e Cina hanno beneficiato molto dai pessimi rapporti tra Iran e USA, basterebbe pensare al fatto che le potenze orientali sono i principali fornitori, anche a prezzi non di certo agevolati, di capacità militare e altro alla Repubblica Islamica. Se l’Iran dovesse riallacciare i legami con gli USA e con l’Occidente, Cina e Russia si troverebbero dinnanzi a una concorrenza per ciò che concerne la conquista del mercato iraniano, mentre ora possono agire come monopolisti. Non bisogna inoltre dimenticare il fatto che all’interno di Iran e USA vi sono comunque delle forti opposizioni al miglioramento dei rapporti bilaterali. In Iran il tutto è principalmente riconducibile a certi ambienti religiosi e non, fortemente ideologizzati e antiamericani. La loro opposizione al miglioramento delle relazioni Iran-USA deriva da questioni ideologiche. In altri casi invece vi sono dei monopolisti in ambito economico che campano e prosperano grazie alle sanzioni internazionali; per loro la fine delle sanzioni significherebbe anche la fine del lucro. Lo stesso si può dire per gli USA, dove gli ultraconservatori e i filoisraeliani sono molto contrari al ripristino delle relazioni bilaterali, con il timore che ciò possa isolare Tel Aviv in Medio Oriente. In generale possiamo notare come la vicenda sia molto complessa, e abbia diversi risvolti da analizzare, sia a livello interno di Iran e USA, sia in Medio Oriente, sia per le conseguenze per l’intero scacchiere globale; Russia e Cina rischiano di perdere la “carta iraniana” nelle loro trattative con l’Occidente.


* Seyyed Hadi Zarghani è docente di geopolitica presso l’università “Ferdowsi” di Mashad (Iran)

 
Traduzione a cura di Ali Reza Jalali

martedì 1 ottobre 2013

USA-Iran: diplomazie al lavoro




Dopo il viaggio a New York del presidente iraniano Rohani e le inaspettate aperture diplomatiche all'Occidente e soprattutto agli USA, l'attenzione mediatica e degli esperti si è concentrata sulle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Come "ciliegina sulla torta" del disgelo apparente tra Teheran e Washington poi, abbiamo potuto apprezzare la telefonata storica tra i due leader, Obama e Rohani, primo contatto diretto tra personalità politiche di spicco delle due nazioni da più di trent'anni a questa parte. 


Ad esempio è stata accennata l'ipotesi di un collegamento aereo diretto tra Iran e Usa è solo l'ultimo di una serie di segnali di distensione tra i due Paesi e segue la storica telefonata tra Rohani e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama la scorsa settimana, il primo contatto di così alto livello all'avvio della Rivoluzione islamica 35 anni fa.


Torkan ha quindi spiegato che la proposta di Rohani in merito ai collegamenti aerei ha come obiettivo quello di ''risolvere i problemi che incontrano gli espatriatri iraniani'' quando vogliono tornare in Patria. Los Angeles ospita una grande comunita' di iraniani-americani. Prima della rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi nel 1979, era la Iran Air a collegare New York a Teheran.



Nel recente passato c'erano stati dei contatti per quello che riguarda vicende come quella irachena e afghana, ma mai si erano riscontrati contatti diretti ad alto livello, come quello tra i due presidenti o tra i Ministri degli Esteri, Kerry e Zarif. L'importanza di questi contatti è analizzabile da diverse prospettive, in primo luogo per via del fatto che i due paesi in questione non hanno più relazioni diplomatiche dal 1979, cioè da quando a Teheran un gruppo di rivoluzionari fece irruzione nell'ambasciata a stelle e strisce sequestrando il personale all'interno dell'edificio. Da allora i due paesi hanno vissuto in una situazione di costante guerra fredda. Ma un eventuale miglioramento dei rapporti bilaterali non ha un impatto solo sulla forza e la tenuta di questi due attori della politica internazionale, ma anche su quella di altri attori, sia in Medio Oriente che a livello globale. Come sappiamo il cuore della geopolitica è rappresentato dallo scontro tra le varie potenze, e la concorrenza avviene su diversi livelli: economia, politica, cultura, strategia militare ecc. I vari attori geopolitici sono in continua lotta tra di loro, per il primato e per la supremazia. Il miglioramento dei rapporti tra USA e Iran ha un effetto diretto sulle altre potenze del Medio Oriente e dell'Asia occidentale. 




Non a caso alcuni paesi della regione hanno accolto con freddezza le notizie provenienti da Washington, in quanto un disgelo tra USA e Repubblica Islamica porterebbe ad un indebolimento delle istanze anti-iraniane di alcuni attori regionali. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait e Azerbaigian, sicuramente non vedono di buon occhio un riavvicinamento tra Teheran e Washington. Tutto ciò in base al fatto che questi governi hanno impostato la loro politica regionale su un principio unico, l'opposizione all'Iran, e proprio per questo negli ultimi anni hanno ricevuto molto appoggio da Washington. Ora che Obama sembra voler intrattenere migliori relazioni con Teheran, la paura dei vari attori regionali filoamericani è di essere se non abbandonati, quanto meno "discriminati" dalle nuove scelte della Casa Bianca. A un livello più basso, esistono serie preoccupazioni per un miglioramento delle relazioni USA-Iran in paesi come Pakistan, Turchia, Egitto e Turkmenistan. Ma il paese in generale più preoccupato per un miglioramento dei rapporti tra l'Iran e gli USA, almeno a livello mediorientale, è sicuramente Israele. A livello globale possiamo dire che certamente nazioni come Russia e Cina hanno beneficiato molto dai pessimi rapporti tra Iran e USA, basterebbe pensare al fatto che le potenze orientali sono i principali fornitori, anche a prezzi non di certo agevolati, di capacità militare e altro alla Repubblica Islamica. Se l'Iran dovesse riallacciare i legami con gli USA e con l'Occidente, Cina e Russia si troverebbero dinnanzi a una concorrenza per ciò che concerne la conquista del mercato iraniano, mentre ora possono agire come monopolisti. Non bisogna inoltre dimenticare il fatto che all'interno di Iran e USA vi sono comunque delle forti opposizioni al miglioramento dei rapporti bilaterali. In Iran il tutto è principalmente riconducibile a certi ambienti religiosi e non, fortemente ideologizzati e antiamericani. 



La loro opposizione al miglioramento delle relazioni Iran-USA deriva da questioni ideologiche. In altri casi invece vi sono dei monopolisti in ambito economico che campano e prosperano grazie alle sanzioni internazionali; per loro la fine delle sanzioni significherebbe anche la fine del lucro. Lo stesso si può dire per gli USA, dove gli ultraconservatori e i filoisraeliani sono molto contrari al ripristino delle relazioni bilaterali, con il timore che ciò possa isolare Tel Aviv in Medio Oriente. In generale possiamo notare come la vicenda sia molto complessa, e abbia diversi risvolti da analizzare, sia a livello interno di Iran e USA, sia in Medio Oriente, sia per le conseguenze per l'intero scacchiere globale; Russia e Cina rischiano di perdere la "carta iraniana" nelle loro trattative con l'Occidente.