mercoledì 30 ottobre 2013

NONOSTANTE LE POLEMICHE, CONFERMATO L'INCONTRO DI TERNI SULLA SIRIA




RICORDIAMO A TUTTI CHE, NONOSTANTE LE POLEMICHE, L'INCONTRO SULLA SIRIA E IL MEDIO ORIENTE IN PROGRAMMA A TERNI PER IL 16 NOVEMBRE E' CONFERMATO. NON MANCATE. 

http://www.statopotenza.eu/9163/comunicato-in-merito-alla-conferenza-di-terni-sulla-siria

http://www.contropiano.org/politica/item/20002-rossobrunismo-il-pdci-di-terni-abbocca

domenica 6 ottobre 2013

L’EVENTUALE DISGELO NELLE RELAZIONI TRA WASHINGTON E TEHERAN


http://www.eurasia-rivista.org/leventuale-disgelo-nelle-relazioni-tra-washington-e-teheran/20188/

:::: Seyyed Hadi Zarghani :::: 
L’EVENTUALE DISGELO NELLE RELAZIONI TRA WASHINGTON E TEHERAN
Dopo il viaggio a New York del presidente iraniano Rohani e le inaspettate aperture diplomatiche all’Occidente e soprattutto agli USA, l’attenzione mediatica e degli esperti si è concentrata sulle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Come “ciliegina sulla torta” del disgelo apparente tra Teheran e Washington poi, abbiamo potuto apprezzare la telefonata storica tra i due leader, Obama e Rohani, primo contatto diretto tra personalità politiche di spicco delle due nazioni da più di trent’anni a questa parte. Nel recente passato c’erano stati dei contatti per quello che riguarda vicende come quella irachena e afghana, ma mai si erano riscontrati contatti diretti ad alto livello, come quello tra i due presidenti o tra i Ministri degli Esteri, Kerry e Zarif. L’importanza di questi contatti è analizzabile da diverse prospettive, in primo luogo per via del fatto che i due paesi in questione non hanno più relazioni diplomatiche dal 1979, cioè da quando a Teheran un gruppo di rivoluzionari fece irruzione nell’ambasciata a stelle e strisce sequestrando il personale all’interno dell’edificio. Da allora i due paesi hanno vissuto in una situazione di costante guerra fredda.
Ma un eventuale miglioramento dei rapporti bilaterali non ha un impatto solo sulla forza e la tenuta di questi due attori della politica internazionale, ma anche su quella di altri attori, sia in Medio Oriente che a livello globale. Come sappiamo il cuore della geopolitica è rappresentato dallo scontro tra le varie potenze, e la concorrenza avviene su diversi livelli: economia, politica, cultura, strategia militare ecc. I vari attori geopolitici sono in continua lotta tra di loro, per il primato e per la supremazia. Il miglioramento dei rapporti tra USA e Iran ha un effetto diretto sulle altre potenze del Medio Oriente e dell’Asia occidentale. Non a caso alcuni paesi della regione hanno accolto con freddezza le notizie provenienti da Washington, in quanto un disgelo tra USA e Repubblica Islamica porterebbe ad un indebolimento delle istanze anti-iraniane di alcuni attori regionali. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait e Azerbaigian, sicuramente non vedono di buon occhio un riavvicinamento tra Teheran e Washington. Tutto ciò in base al fatto che questi governi hanno impostato la loro politica regionale su un principio unico, l’opposizione all’Iran, e proprio per questo negli ultimi anni hanno ricevuto molto appoggio da Washington. Ora che Obama sembra voler intrattenere migliori relazioni con Teheran, la paura dei vari attori regionali filoamericani è di essere se non abbandonati, quanto meno “discriminati” dalle nuove scelte della Casa Bianca.
A un livello più basso, esistono serie preoccupazioni per un miglioramento delle relazioni USA-Iran in paesi come Pakistan, Turchia, Egitto e Turkmenistan. Ma il paese in generale più preoccupato per un miglioramento dei rapporti tra l’Iran e gli USA, almeno a livello mediorientale, è sicuramente Israele. A livello globale possiamo dire che certamente nazioni come Russia e Cina hanno beneficiato molto dai pessimi rapporti tra Iran e USA, basterebbe pensare al fatto che le potenze orientali sono i principali fornitori, anche a prezzi non di certo agevolati, di capacità militare e altro alla Repubblica Islamica. Se l’Iran dovesse riallacciare i legami con gli USA e con l’Occidente, Cina e Russia si troverebbero dinnanzi a una concorrenza per ciò che concerne la conquista del mercato iraniano, mentre ora possono agire come monopolisti. Non bisogna inoltre dimenticare il fatto che all’interno di Iran e USA vi sono comunque delle forti opposizioni al miglioramento dei rapporti bilaterali. In Iran il tutto è principalmente riconducibile a certi ambienti religiosi e non, fortemente ideologizzati e antiamericani. La loro opposizione al miglioramento delle relazioni Iran-USA deriva da questioni ideologiche. In altri casi invece vi sono dei monopolisti in ambito economico che campano e prosperano grazie alle sanzioni internazionali; per loro la fine delle sanzioni significherebbe anche la fine del lucro. Lo stesso si può dire per gli USA, dove gli ultraconservatori e i filoisraeliani sono molto contrari al ripristino delle relazioni bilaterali, con il timore che ciò possa isolare Tel Aviv in Medio Oriente. In generale possiamo notare come la vicenda sia molto complessa, e abbia diversi risvolti da analizzare, sia a livello interno di Iran e USA, sia in Medio Oriente, sia per le conseguenze per l’intero scacchiere globale; Russia e Cina rischiano di perdere la “carta iraniana” nelle loro trattative con l’Occidente.


* Seyyed Hadi Zarghani è docente di geopolitica presso l’università “Ferdowsi” di Mashad (Iran)

 
Traduzione a cura di Ali Reza Jalali

martedì 1 ottobre 2013

USA-Iran: diplomazie al lavoro




Dopo il viaggio a New York del presidente iraniano Rohani e le inaspettate aperture diplomatiche all'Occidente e soprattutto agli USA, l'attenzione mediatica e degli esperti si è concentrata sulle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Come "ciliegina sulla torta" del disgelo apparente tra Teheran e Washington poi, abbiamo potuto apprezzare la telefonata storica tra i due leader, Obama e Rohani, primo contatto diretto tra personalità politiche di spicco delle due nazioni da più di trent'anni a questa parte. 


Ad esempio è stata accennata l'ipotesi di un collegamento aereo diretto tra Iran e Usa è solo l'ultimo di una serie di segnali di distensione tra i due Paesi e segue la storica telefonata tra Rohani e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama la scorsa settimana, il primo contatto di così alto livello all'avvio della Rivoluzione islamica 35 anni fa.


Torkan ha quindi spiegato che la proposta di Rohani in merito ai collegamenti aerei ha come obiettivo quello di ''risolvere i problemi che incontrano gli espatriatri iraniani'' quando vogliono tornare in Patria. Los Angeles ospita una grande comunita' di iraniani-americani. Prima della rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi nel 1979, era la Iran Air a collegare New York a Teheran.



Nel recente passato c'erano stati dei contatti per quello che riguarda vicende come quella irachena e afghana, ma mai si erano riscontrati contatti diretti ad alto livello, come quello tra i due presidenti o tra i Ministri degli Esteri, Kerry e Zarif. L'importanza di questi contatti è analizzabile da diverse prospettive, in primo luogo per via del fatto che i due paesi in questione non hanno più relazioni diplomatiche dal 1979, cioè da quando a Teheran un gruppo di rivoluzionari fece irruzione nell'ambasciata a stelle e strisce sequestrando il personale all'interno dell'edificio. Da allora i due paesi hanno vissuto in una situazione di costante guerra fredda. Ma un eventuale miglioramento dei rapporti bilaterali non ha un impatto solo sulla forza e la tenuta di questi due attori della politica internazionale, ma anche su quella di altri attori, sia in Medio Oriente che a livello globale. Come sappiamo il cuore della geopolitica è rappresentato dallo scontro tra le varie potenze, e la concorrenza avviene su diversi livelli: economia, politica, cultura, strategia militare ecc. I vari attori geopolitici sono in continua lotta tra di loro, per il primato e per la supremazia. Il miglioramento dei rapporti tra USA e Iran ha un effetto diretto sulle altre potenze del Medio Oriente e dell'Asia occidentale. 




Non a caso alcuni paesi della regione hanno accolto con freddezza le notizie provenienti da Washington, in quanto un disgelo tra USA e Repubblica Islamica porterebbe ad un indebolimento delle istanze anti-iraniane di alcuni attori regionali. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait e Azerbaigian, sicuramente non vedono di buon occhio un riavvicinamento tra Teheran e Washington. Tutto ciò in base al fatto che questi governi hanno impostato la loro politica regionale su un principio unico, l'opposizione all'Iran, e proprio per questo negli ultimi anni hanno ricevuto molto appoggio da Washington. Ora che Obama sembra voler intrattenere migliori relazioni con Teheran, la paura dei vari attori regionali filoamericani è di essere se non abbandonati, quanto meno "discriminati" dalle nuove scelte della Casa Bianca. A un livello più basso, esistono serie preoccupazioni per un miglioramento delle relazioni USA-Iran in paesi come Pakistan, Turchia, Egitto e Turkmenistan. Ma il paese in generale più preoccupato per un miglioramento dei rapporti tra l'Iran e gli USA, almeno a livello mediorientale, è sicuramente Israele. A livello globale possiamo dire che certamente nazioni come Russia e Cina hanno beneficiato molto dai pessimi rapporti tra Iran e USA, basterebbe pensare al fatto che le potenze orientali sono i principali fornitori, anche a prezzi non di certo agevolati, di capacità militare e altro alla Repubblica Islamica. Se l'Iran dovesse riallacciare i legami con gli USA e con l'Occidente, Cina e Russia si troverebbero dinnanzi a una concorrenza per ciò che concerne la conquista del mercato iraniano, mentre ora possono agire come monopolisti. Non bisogna inoltre dimenticare il fatto che all'interno di Iran e USA vi sono comunque delle forti opposizioni al miglioramento dei rapporti bilaterali. In Iran il tutto è principalmente riconducibile a certi ambienti religiosi e non, fortemente ideologizzati e antiamericani. 



La loro opposizione al miglioramento delle relazioni Iran-USA deriva da questioni ideologiche. In altri casi invece vi sono dei monopolisti in ambito economico che campano e prosperano grazie alle sanzioni internazionali; per loro la fine delle sanzioni significherebbe anche la fine del lucro. Lo stesso si può dire per gli USA, dove gli ultraconservatori e i filoisraeliani sono molto contrari al ripristino delle relazioni bilaterali, con il timore che ciò possa isolare Tel Aviv in Medio Oriente. In generale possiamo notare come la vicenda sia molto complessa, e abbia diversi risvolti da analizzare, sia a livello interno di Iran e USA, sia in Medio Oriente, sia per le conseguenze per l'intero scacchiere globale; Russia e Cina rischiano di perdere la "carta iraniana" nelle loro trattative con l'Occidente.

venerdì 30 agosto 2013

Se Obama diventa Bush

Se Obama diventa Bush

Alireza Rezakhah Khorasannews
Obama-Bush_Nort_t607Nelle ultime settimane l’attenzione dei media internazionali si era concentrata sull’Egitto, sul colpo di stato e sull’alto numero dei morti nelle piazze del Cairo; la crisi era talmente pesante che molti governi hanno deciso di alzare la voce per condannare le violenze. L’Arabia Saudita allora decideva di sostenere i militari e gli Stati Uniti prendevano una posizione ambigua, sottolineando l’importanza del rapido ristabilimento del “processo democratico”. Negli stessi giorni della crisi egiziana, in Libano un attentato in un quartiere di Beirut, ovvero una bomba, causava decine di morti, mentre dopo due gironi dall’attentato la diplomazia saudita si metteva in moto e avvertiva l’UE di non mettersi contro i militari egiziani. Eloquente al riguardo la visita improvvisa del minitro degli esteri di Riad a Parigi. Infatti, mentre l’Europa sembrava intenzionata a punire i militari egiziani per il golpe contro i Fratelli Musulmani, i sauditi ribadivano il fatto che non avrebbero lasciato l’Egitto nella crisi economica, grazie ad un “aiuto” finanziario al governo provvisorio, che rischava di non ricevere più i finanziamenti europei. Qualche giorno dopo arrivava “puntuale” l’attentato a Tripoli, questa volta contro la comunità sunnita libanese (mentre l’attacco di Beirut era contro gli sciiti, anche se tra i morti a dire il vero c’erano pure dei sunniti). Dopo pochi giorni infine, i media hanno dato la notizia di un attacco con armi chimiche alla periferia di Damasco. Questa però non era la prima volta negli ultimi mesi che i ribelli siriani pretendevano che i governativi avessero usato le armi di distruzione di massa. Infatti qualche tempo fa gli oppositori di Assad avevano avuto la stessa pretesa e il presidente americano Obama aveva parlato della famosa “linea rossa”, ovvero che l’uso delle armi chimiche sarebbe stato il motivo che poteva giustificare un intervento straniero in Siria, a salvaguardia della popolazione civile.
Nelle occasioni precedenti però Carla Del Ponte, membro del comitato ONU per la tutela dei diritti umani in Siria, aveva affermato con certezza che le armi chimiche in Siria erano state utilizzate dai ribelli e non dal regime; notizia questa non molto propagandata dai media internazionali. Nella vicenda riguardante gli ultimi giorni però, questione che ha fatto immediatamente dimenticare a tutti la crisi egiziana, l’Occidente si è detto pronto a intervenire militarmente anche fuori dalla decisione dell’ONU: ciò è molto importante perché è la prima volta che USA, Francia e Gran Bretagna prendono una posizione del genere dall’inizio della crisi siriana nel 2011. Sei anni fa i media nordamericani avevano diffuso delle notizie riguardanti la stretta collaborazione tra i sauditi e il governo Bush per indebolire l’asse Iran-Siria-Hezbollah. Allora si disse che il governo americano avesse deciso di cambiare alcuni approcci nei confronti di certe organizzazioni islamiste, vicine alla rete di Al Qaida, soprattutto in Libano, per iniziare un progetto riconducibile al confronto con Hezbollah sul territorio libanese. I sauditi quindi avevano il compito in quella situazione di finanziare i gruppi radicali in Libano, mentre gli americani si dovevano occupare di far pressione al governo siriano per convincerlo a non sostenere più Hezbollah e a trattare con gli israeliani.
Oggi, a distanza di sei anni, con una nuova amministrazione USA, guidata da Obama, siamo dinnanzi allo stesso progetto. Un decennio fa gli USA guidarono una coalizione contro l’Iraq; allora come oggi, il pretesto dell’attacco fu la presenza delle armi di distruzione di massa. Oggi la vittima designata sembra la Siria, sempre con la scusa delle armi chimiche. I mediorientali si ricordano bene di come andò la guerra contro l’Iraq e di come le pretese occidentali si rivelarono infondate, però l’amministrazione americana sembra voler ripercorrere la stessa drammatica strada. Addirittura oggi, è lo stesso Colin Powell, uno dei principali artefici dell’attacco contro l’Iraq, a mettere in guardia Obama; recentemente l’ex segretario di Stato ha detto: “Pensare che possiamo cambiare tutto in poco tempo, solo perché siamo l’America, è una cosa sbaglata”. Obama ci dovrà riflettere bene.
Traduzione di Ali Reza Jalali

lunedì 26 agosto 2013

L’ARCHIVIO DI “EURASIA”

Nell'archivio della rivista di geopolitica "Eurasia", è segnalato l'articolo di Ali Reza Jalali, Che cosa vuol dire Repubblica Islamica?, 2/2012, pp. 117-123

:::: Redazione :::: 18 agosto, 2013 :::: Email This Post   Print This Post
L’ARCHIVIO DI “EURASIA”
Dottrina geopolitica
Abd ar-Rahman Ibn Khaldun, Il deserto e la città, 1/2005, pp. 35-44
Lev Gumilev, Etnogenesi ed etnosfera, 2/2005, pp. 47-54
Alain de Benoist, Geopolitica, 1/2007, pp. 235-236
Pier Paolo Portinaro, Metamorfosi geopolitiche. Stati, federazioni, imperi, 4/2007, pp. 145-156
Claudio Mutti, Il geografo dell’Impero, 2/2008, pp. 17-20
Strabone, Utilità della geografia, 2/2008, pp. 11-12
Nebojsa Vukovic, Geostrategia americana ed Eurasia nella dottrina di Nicholas Spykman, 1/2009, pp. 135-139
Matteo Marconi, Vita activa: gli esempi di Karl e Albrecht Haushofer, 1/2010, pp. 229-236
Sebastián Antonino Cutrona, L’immutabilità della geopolitica classica, 1/2011, pp. 171-189
Vasile Simileanu, Il dialogo geopolitico, 1/2011, pp. 205-212
Marco Tullio Cicerone, L’ideale posizione geografica di Roma, 1/2013, pp. 13-16
Aristotele, Popolazione e territorio della polis ideale, 2/2013, pp. 13-18
Lev Gumilev, Ethnos ed etnonimi, 3/2012, pp. 13-17

Il continente eurasiatico
A. Dugin, L’idea eurasiatista, 1/2004, pp. 7-23
N. S. Trubeckoj, Il nazionalismo paneurasiatico, 1/2004, pp. 25-37
A. Dugin, La visione eurasiatista, 1/2005, pp. 7-24
C. Carpentier de Gourdon, L’imperativo dell’Eurasia, 2/2005, pp. 7-16
M. A. Schwarz, Da Gengis Khan all’ideocrazia. La visione eurasiatica di Nikolaj S. Trubeckoj, 2/2006, pp. 83-90
C. Mutti, Mircea Eliade e l’unità dell’Eurasia, 2/2007, pp. 23-30
C. Mutti, Henri Corbin: l’Eurasia come concetto spirituale, 2/2010, pp. 25-30
C. Mutti, Ananda K. Coomaraswamy e l’unità dell’Eurasia, 1/2011, pp. 21-25
C. Mutti, Nietzsche e l’Eurasia, 1/2012, pp. 15-24

Iran
Marco Ranuzzi de’ Bianchi, Iran: lo Stato canaglia e il grande satana, 1/2005, pp. 117-126
Gabriele Garibaldi, L’Iran, il nodo gordiano del Rimland eurasiatico, 2/2005, pp. 17-46
Pejman Abdolmohammadi, La Repubblica Islamica dell’Iran: il principio della Guida Suprema, 3/2005, pp. 9-17
Mahmud Ahmadinejad, Discorso alla Conferenza “Un mondo senza sionismo”, 1/2006, pp. 253-256
Ali Khamenei, L’ayatollah Khamenei condanna il crimine di Samarra, 2/2006, pp. 237-238
Mahmud Ahmadinejad, Lettera del presidente dell’Iran al presidente degli Stati Uniti, 3/2006, pp. 239-247
Vinod Saighal, Lo scontro sulla questione del nucleare iraniano, 4/2006, pp. 219-225
Mahmud Ahmadinejad, Discorso alla 61a assemblea dell’ONU, 4/2006, pp. 249-255
Dagoberto H. Bellucci, Intervista all’ambasciatore iraniano Abolfazl Zohrevand, 1/2007, pp. 219-224
Tiberio Graziani, La funzione eurasiatica dell’Iran, 1/2008, pp. 5-14
Côme Carpenter de Gourdon, Iran, regno ariano e impero universale, 1/2008, pp. 17-32
Claudio Mutti, L’Iran in Europa, 1/2008, pp. 33-50
Pejman Abdolmohammadi, L’Iran tra Reza Shah e Mosaddegh: modernizzazione, nazionalismo e colpo di Stato, 1/2008, pp. 63-79
Roberto Albicini, Il conflitto economico americano con l’Iran. La grande occasione russa, 1/2008, pp. 81-87
Giovanni Armillotta, Iran. Sport ai massimi livelli e riscatto per le donne musulmane, 1/2008, pp. 89-98
Aldo Braccio, La Repubblica Islamica: dati e situazione, 1/2008, pp. 99-101
Aldo Braccio, Spigolature fraTeheran e Ankara, 1/2008, pp. 103-105      
Michele Gaietta, La profezia che si autoavvera? Nuclearizzazione del conflitto tra Iran e USA, 1/2008, pp. 107-126
Vladimir Jurtaev, Iran: geopolitica e strategia di sviluppo, 1/2008, pp. 127-134
Alessandro Lattanzio, Lo scudo sciita, 1/2008, pp. 135-151
Filippo Romeo, La borsa del petrolio, 1/2008, pp. 153-156
Filippo Romeo, Geopolitica del petrolio e del gas in Iran, 1/2008, pp. 157-164
Vincenzo Maddaloni, Gli ayatollah e il Dragone d’Oriente, 1/2008, pp. 165-176
Mohamed Fadhel Troudi, Le relazioni russo-iraniane. Un approccio storico, 1/2010, pp. 47-62
Spartaco Alfredo Puttini, La rivoluzione islamica dell’Iran, 1/2010, pp. 249-262
Ali Akbar Naseri, L’Iran e la pace nel mondo, 2/2010, pp. 31-37
Ali Reza Jalali, Che cosa vuol dire Repubblica Islamica?, 2/2012, pp. 117-123
Claudio Mutti, La funzione geopolitica dell’Iran, 2/2012, pp. 175-180

Siria
Aldo Braccio, Turchia e Siria, 2/2012, pp. 55-58
Alessandro Lattanzio, Intrigo contro la Siria, 2/2012, pp. 125-155
Carlo Remeny, La destabilizzazione della Siria, 2/2012, pp. 181-184

Palestina
Susanne Scheidt, Quali confini per la Palestina?, 1/2005, pp. 127-148
Stefano Vernole, Palestina: una diplomazia tra speranze e illusioni, 1/2005, pp. 179-200
Enrico Galoppini, “Stato di Israele” o “entità sionista”?, 3/2006, pp. 185-195
Nizar Sakhnini, Sviluppi demografici in Palestina, 4/2006, pp. 131-138
Tiberio Graziani, Palestina provincia d’Eurasia, 2/2009, pp. 5-12
Alessandra Antonelli, Profughi, 2/2009, pp. 37-43
Marco Bagozzi, Disinformazione strategica e finalità militari, 2/2009, pp. 45-54
Aldo Braccio, Testimoni della storia: Mons. H. Capucci e F. Genoud, 2/2009, pp. 55-58
Angelo d’Orsi, Vincitori e vinti, 2/2009, pp. 111-118
Mohamed Larbi Bouguerra, L’appropriazione israeliana della risorsa idrica, 2/2009, pp. 119-134
Vagif A. Gusejnov, Palestina: nuove possibilità per la Russia, 2/2009, pp. 135-139
Pierre-Yves Salingue, Palestina, 60 anni dopo: la divisione o la pace, 2/2009, pp. 179-192
Salman Abu Sitta, Il ritorno dei profughi è inevitabile, 2/2009, pp. 213-223
Michele Gaietta, Geopolitica dell’acqua in Palestina, 4/2012, pp. 211-229

Egitto
Spartaco Alfredo Puttini, L’immagine della Sfinge: l’Egitto nasseriano e l’opinione pubblica italiana, 3/2005, pp. 115-124
Ercolana Turriani, Il sogno panarabo. La Repubblica Araba Islamica, 2/2007, pp. 211-220; 3/2007, pp. 241-246
Claudio Moffa, Il “caso Mattei” e il conflitto arabo-israeliano (1961-1962), 4/2007, pp. 255-269
Aladár Dobrovits, Terra ed essenza egiziana, 3/2009, pp. 31-36
Claudio Mutti, 1956: aggressione contro l’Egitto, 3/2009, pp. 147-157
Maged Rida Butros, Le relazioni tra Egitto e Stati Uniti: il loro contenuto e il loro futuro, 1/2011, pp. 41-58
Lorenzo Salimbeni, La primavera egiziana del 1919, 2/2012, pp. 185-193
Stefano Fabei, L’indipendenza dell’Egitto nei piani dell’Asse, 2/2012, pp. 249-256
Emanuela Locci, La Massoneria in Egitto, 4/2012, pp. 163-171

domenica 25 agosto 2013

Chi ci guadagna dall’uso delle armi chimiche in Siria?

Chi ci guadagna dall’uso delle armi chimiche in Siria?

Di seguito riportiamo la traduzione dal persiano all’italiano dell’editoriale di uno dei più importanti quotidiani iraniani (“Khorasan”) – Traduzione a cura di Ali Reza Jalali
Mohammad Eslami – Khorasan Newspapaer, 24 agosto 2013
486195Senza negare la gravità dei risvolti sociali e politici della crisi siriana, non possiamo fare finta di non sapere che il ruolo dei media è stato fondamentale nell’evoluzione di questa triste vicenda. Un esempio lampante di tutto ciò è l’attacco chimico nei pressi di Damasco, con le terribili immagini mostrate dai media internazionali, riguardanti bambini e civili inermi massacrati. Da mercoledì la prima notizia di tutti i canali è l’attacco con armi chimiche in Siria. In tutto ciò però bisogna sottolineare la clamorosa rivelazione del governo russo, che ha svelato come in realtà l’attacco sia stato perpetrato qualche giorno prima, e le immagini dei media non si riferiscono agli utlimissimi giorni, ma erano state registrate precedentemente. I russi hanno detto esplicitamente che tutto ciò rientra in un piano per fare pressione sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sugli inviati delle Nazioni Unite in Siria; questi ultimi infatti ora si trovano nel paese arabo e stanno cercando di avere delle informazioni imparziali su quello che sta avvenendo in questa martoriata nazione del Medio Oriente. Bisogna capire ore il perché di tutto ciò; secondo me dobbiamo prendere in considerazione due fattori, sia a livello siriano, che a livello regionale.
La logica e la ragionevolezza impone di capire che il governo e l’esercito damasceno non hanno alcun vantaggio ad usare le armi chimiche. Soprattutto ora che gli inviati dell’ONU si trovano in loco. Il governo siriano al contrario, ha tutto l’interesse a far capire agli inviati delle Nazioni Unite le buone intenzioni della Siria. Sono mesi che Damasco cerca di far capire al mondo che le stragi nel paese arabo sono opera non delle forze governative; d’altronde la zona del presunto attacco chimico non era coinvolta in scontri di particolare rilievo tra forze regolari e oppositori. I principali campi di battaglia sono la regione di Homs e quella di Aleppo, quindi un attacco era più logico che avvenisse in quelle aree, e non di certo a ridosso della capitale. Un altro campo di battaglia strategico era Qusayr, al confine col Libano, zona bonificata qualche tempo fa senza l’uso di armi chimiche. Non ha nessun senso per il governo usare le armi chimiche in un contesto come quello della periferia della capitale, al momento non interessata da battaglie strategiche. Senza dimenticare che in generale la battaglia in Siria procede a favore del governo.
Non vi sono ancora reportage completi concernenti la vicenda, ma ciò che emerge con chiarezza è il fatto che i ribelli, usando le armi chimiche, possono richiamare l’attenzione degli ispettori dell’ONU, ovviamente dando la colpa al governo. Quindi siamo di nuovo di fronte a un crimine perpetrato dai terroristi vicini ad Al Qaida e ai gruppi estremisti, contro la popolazione inerme, cose già viste in Siria, ad esempio quando i ribelli usarono le armi chimiche nella regione di Khan Al Asal, provocando una strage di siriani, nei pressi di Aleppo. Inoltre, a livello regionale, non possiamo non ritenere l’attacco chimico isolato dal contesto dei paesi limitrofi. L’attentato di Tripoli in Libano, il lancio di razzi dal paese dei cedri su Israele, l’attacco israeliano contro i palestinesi del Libano, sono da leggere in un unico scenario. Il lancio di razzi su Israele è stato rivendicato dal gruppo delle Brigate Abdallah Azzam, coinvolta nella guerra alla Siria, a dimostrazione di come siano legate le sorti dei vari paesi della regione. Inoltre le nuove vicende siriane, a livello mediatico, hanno oscurato la crisi egiziana e hanno rimesso la luce dei riflettori sul Libano e sulla Siria.
Il dissidio tra Al Jazeera e Al Arabya, sulla vicenda egiziana quindi, sulla Siria è di nuovo venuto meno.Al Jazeera in Egitto sostiene i Fratelli Musulmani, mentre Al Arabya è dalla parte dei militari e del governo provvisorio. In questi gironi avevamo visto che il governo saudita era sotto pressione internazionale per la sua posizione favorevole al golpe egiziano, ora però la voce dei media arabi è nuovamente unita contro la Siria. Il massacro di 500-1000 civili inermi siriani, ha fatto sì che i media arabi anti-siriani si concentrassero nuovamente sulle vicende del paese governato da Assad, dimenticando così le divergenze concernenti il colpo di stato egiziano.