mercoledì 5 febbraio 2020

Iran al bivio: elezioni legislative alle porte





Il prossimo 21 febbraio in Iran si terranno le elezioni per il rinnovo del Majles, l’organo legislativo della Repubblica Islamica. Formato da 290 membri, il Parlamento iraniano, oltre che detenere il compito di emanare le norme ordinarie dello Stato, ha la delicata missione di supervisionare le attività dell’esecutivo e se necessario, di mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica e promuovere la sfiducia dei Ministri.

La legislatura in dirittura d’arrivo si è caratterizzata - secondo molti commentatori – per una certa connivenza con il governo Rohani; Ali Larijani, Presidente dell’organo legislativo, è stato infatti accusato più volte di essere diventato un elemento al servizio del governo, non adempiendo correttamente al ruolo assegnatoli dalla Costituzione come severo arbitro dell’attività governativa.

Non a caso i problemi economici a cui è soggetto il paese mediorientale da qualche anno derivano in parte dal fatto che se da un lato Rohani non è riuscito a mettere in atto le riforme promesse nel 2013, anno della sua entrata in carica, d’altro canto nemmeno il Parlamento, soprattutto in questi ultimi anni, ha cercato di correggere l’operato dell’esecutivo attraverso una legiferazione oculata o una supervisione minuziosa dell’attività presidenziale e ministeriale.

Rohani e Larijani, due dei principali esponenti di quella corrente centrista e moderata che ha guidato la politica interna ed estera iraniana negli ultimi anni, a parte le questioni inerenti la sicurezza nazionale e la politica militare, sotto il diretto controllo dei conservatori e soprattutto della Guida della Rivoluzione, venerdì 21 febbraio si troveranno davanti a un vero e proprio referendum sulla propria coalizione.

In una certa misura infatti gli iraniani saranno chiamati a scegliere tra alcune opzioni differenti: da un lato la continuità con la gestione attuale che ha promesso moderazione in politica interna ed estera, ma che ha anche portato il paese dopo diversi anni ad una inflazione del 50 percento e a una crescita economica fortemente negativa, con una forte svalutazione della moneta nazionale. Oggi in Iran, il ceto medio e la piccola borghesia si trovano a dover affrontare un paradosso; i dirigenti politici da loro sostenuti hanno limitato con le proprie politiche inconsistenti il potenziale economico di chi in teoria dovrebbe promuovere la produzione industriale, commerciale ed intellettuale del paese.

La seconda opzione è quella tradizionalista, legata ad una visione intransigente rispetto ai valori della Rivoluzione del 1979. I sostenitori di quest’ultima coalizione sono nel complesso minoritari a livello numerico, ma a differenza dei loro antagonisti moderati, sono fortemente militanti, nel senso che per loro ogni tornata elettorale assomiglia a una battaglia contro i “traditori” della causa khomeinista.

I moderati non sempre si recano alle urne: quando lo fanno, a parte qualche eccezione, promuovono la vittoria dei vari Rohani e Larijani.

Non a caso uno dei temi caldi delle prossime elezioni politiche è l’affluenza alle urne. Da settimane ormai sui social network la piccola borghesia iraniana promuove il boicottaggio delle elezioni, in segno di protesta contro i conservatori e la Guida, accusati di essere dei dittatori e di non avere a cuore le sorti dei cittadini iraniani. Uno dei temi più invocati è poi l’abbattimento dell’aereo civile ucraino; infatti secondo la base elettorale dei moderati, la fazione radicale che detiene il comando delle forze armate, avrebbe in un primo momento mentito di proposito riguardo alle cause dell’incidente, e solo per via delle pressioni internazionali i leader iraniani sarebbero stati costretti a dire la verità, ovvero che sono stati i Pasdaran, per sbaglio, a colpire il velivolo.  

La decisione di boicottare le elezioni poi deriva anche dalla profonda delusione per gli anni del governo Rohani, il quale aveva promesso profondi cambiamenti: l’unica cosa che quest’ultimo ha ottenuto, come detto prima, è stata una inflazione fuori dal comune e un’ulteriore radicalizzazione dello scontro con l’occidente, anche per via della salita al potere di Trump negli USA.

In ogni caso il risultato che ne consegue potrebbe essere la massiccia astensione dei sostenitori dell’ala moderata della Repubblica Islamica; se ciò fosse confermato il 21 febbraio, si spalancherebbero le porte del Parlamento per i conservatori. Anche se non bisogna dimenticare una cosa importante: nelle ultime tornate elettorali i radicali hanno sofferto molto per la mancanza di un leader carismatico. Non a caso dalla fine del governo Ahmadinjad i centristi, in coalizione con i riformatori e i reduci del fronte pro-Musavi del 2009, hanno trionfato in quasi tutte le tornate, soprattutto nella capitale.

Da allora due contese presidenziali e una elezione legislativa ha visto prevalere la coalizione Rohani-Larijani, soprattutto per l’incapacità dei conservatori radicali nel gestire l’era post-Ahmadinejad.

Con l’esclusione di quest’ultimo dalla vita politica del paese per via dei crescenti attriti tra l’ex Presidente e la Guida della Rivoluzione, i conservatori hanno fatto molta fatica a trovare un capo carismatico che potesse avere nel contempo due caratteristiche: essere un fedelissimo della Guida e attirare le simpatie popolari, quanto meno dei ceti medio bassi.

Solo se la fazione intransigente riuscirà a colmare questo vuoto l’esito elettorale potrà essere a loro favore, in caso contrario o ci sarà una vittoria mutilata (motivata dall’assenteismo dei rivali e non per meriti propri, vittoria che potrebbe essere politicamente delegittimante, per via della bassa presenza alle urne), oppure avverrà quello che è accaduto dal 2013, ovvero la massiccia presenza in extremis della borghesia alle urne elettorali, motivata dal solito leitmotiv: tra i due mali (rivoluzionari intransigenti vs. pragmatici), meglio scegliere quello minore.         

lunedì 28 maggio 2018

Onida: la scelta di Mattarella? Impropria

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Valerio Onida è professore emerito di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano e nel 2004-2005 è stato presidente della Corte Costituzionale. Di seguito l'intervista rilasciata ai microfoni di Class Cnbc.

Domanda. Professor Onida, il primo partito del Paese, il M5S, già invoca l’impeachment per Mattarella: c’è il rischio di uno scontro istituzionale?

Risposta. L’articolo 90 della Costituzione prevede che nei casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione il presidente della Repubblica possa essere messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri. In questo caso non siamo di fronte a una possibilità concreta di messa in stato d’accusa. Il presidente Mattarella ha esercitato al limite delle sue prerogative uno dei suoi poteri, arrivando a interpretazioni della Costituzione che secondo me non sono giuste. Ciò detto non parlerei di messa in stato d’accusa, non è questa l’ipotesi in campo.


D. E dunque come giudica il comportamento di Mattarella?
R. La scelta di Mattarella di impedire la formazione di un governo dopo una lunga trattativa tra i due partiti mi ha sorpreso, mi sembra abbastanza impropria. Nel nostro sistema la formazione dei governi dipende essenzialmente dalla presenza o meno di una maggioranza in Parlamento. Il governo non è una dipendenza del capo dello Stato, bensì una dipendenza del suo Parlamento, della sua maggioranza. Non dare vita a un governo per la presenza di una persona e le possibili idee politiche che potrebbe portare avanti, mi sembra andare al di là di ciò che dice la Costituzione quando parla della formazione di governo.

D. Poteva o non poteva Mattarella rispedire al mittente la proposta di Savona come ministro dell’Economia e delle Finanze?

R. Sul piano strettamente giuridico può dire “io non firmo”. Ma guardiamo alla logica del sistema: il presidente della Repubblica ha fatto un lungo giro di consultazioni per verificare l’esistenza di una maggioranza. Alla fine la maggioranza è emersa: i suoi esponenti hanno concordato una certa ipotesi di governo, invocando rigidamente la necessità di nominare Savona. Di fronte a questo il capo dello Stato si è opposto per ragioni politiche, non personali. A mio parere Mattarella è andato contro l’idea che il nostro sistema è un sistema parlamentare. Se Mattarella avesse avuto obiezioni in merito al programma di governo, avrebbe potuto farlo presente, rilevando aspetti di incostituzionalità. Ma non si è opposto per nulla al contratto di governo. Si è opposto solo a una persona, temendo che potesse mettere in pericolo la stabilità dei mercati finanziari, e la difesa dei risparmiatori.

D. E non è corretto?

R. Così facendo si dà ai creditori dello Stato un potere immenso, che va al di là delle obbligazioni di un debitore. Un debitore non può diventare così politicamente asservito da accettare ingerenza sulla maggioranza. In questo caso mi sembra sia andato un po’ troppo oltre.

D. Che poteri potrebbe avere un esecutivo Cottarelli che non ottenga la fiducia delle Camere?

R. Cottarelli potrebbe sbrigare gli affari correnti. Sarebbe però più corretto fare subito nuove elezioni. Immaginare che si possa governare con un governo che non ha la maggioranza, contro una maggioranza alla quale si è impedito di formare un esecutivo, mi sembrerebbe veramente troppo. Bisogna andare immediatamente a votare. Non capisco perché, in presenza di una crisi istituzionale, di grave sbandamento nel Paese, non si possa andare a votare ad agosto. Andiamo a votare subito: dobbiamo richiamare i cittadini alle loro responsabilità. 

 https://www.milanofinanza.it/news/onida-la-scelta-di-mattarella-impropria-201805281158436302

venerdì 7 luglio 2017

Ali Reza Jalali - Curriculum Vitae

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Ali Reza Jalali was born in Italy on January 20, 1985.
 

In 2013 he started his PhD (Constitutional Law) at the University of Verona (Italy) and in May 2016 he successfully discussed a PhD dissertation on the role of Islamic law in the constitutions of Muslim countries. 
In June 2016 he moved to Iran continuing his academic career as Adjunt Professor at Islamic Azad University and Payam Nour University of Shahrud and Damghan, in Semnan Province.


He is author of numerous scientific articles published in Italian and foreign magazines and sites. He has written some books on issues related to public law and political science, mainly on the topic of the relationship between religion and State. He is also interested in international relations with particular attention to the Middle East. Bildergebnis für ali reza jalali

He has been interviewed on these issues by some of the most important Italian and foreign newspapers. He has held lectures at scientific or university conferences in Italy and abroad. 
He is also active as a legal and commercial consultant at some companies dealing between Iran and Italy. He is a translator, both written and oral, from Persian to Italian and vice versa. 
He is editor at Eurasia. Journal of Geopolitical Studies, president of the International Studies Center Dimore della Sapienza, as well as responsible for the department of legal and political studies of the same institution, and researcher at the Eurasia-Mediterranean Study Center (CESEM). 
Contacts: 
Phone, From Europe: 00989360957046 From Iran: 09360957046 
E-mail: alirezajalali1@yahoo.it

giovedì 6 luglio 2017

رزومه علیرضا جلالی



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علیرضا جلالی در تاریخ 30 دی 1363 در کشور ایتالیا متولد شده است. در سالهای 1388 و 1390 مدارک کارشناسی و کارشناسی ارشد خود را در رشته حقوق از دانشگاه شهر برشا ایتالیا کسب کرده و در سال 1395 با کسب مدرک دکتری حقوق اساسی تحصیلات خود را تکمیل کرده می باشد (از دانشگاه ورونا ایتالیا).

پایان نامه ارشد وی در امر ولایت فقیه در تشیع و قانون اساسی ایران و رساله دکتری وی در باب تاثیر شریعت بر قوانین اساسی کشورهای اسلامی بوده اند.

در تابستان 1395 به ایران آمده و مشغول به تدریس بعنوان مدرس مدعو در دانشگاه های استان سمنان شده، مانند دانشگاه آزاد اسلامی شاهرود و دامغان، و همچنین در دانشگاه پیام نور دو شهر مذکور.

از بهمن ماه سال 1396 عضو هیئت علمی دانشگاه دولتی دامغان (دانشگاه دامغان) شده است، با سمت استادیار حقوق عمومی. با دانشگاه دولتی سمنان (دانشگاه سمنان) نیز همکاری می کند. 

نویسنده چندین مقاله علمی، پژوهشی و ترویجی در نشریات بین المللی می باشد، و همچنین نویسنده و مترجم چند جلد کتاب در باب مسائل مختلف، خصوصا رابطه دین و حوزه عمومی می باشد.

چندین نشریه، تلوزیون و روزنامه بین المللی با وی مصاحبه کرده اند و همچنین او بعنوان سخنران در چندین همایش شرکت کرده است.

تجربه مشاوره حقوقی و تجاری در امر تجارت بین ایتالیا و ایران را دارد و ترجمه شفاهی و کتبی را هم انجام می دهد.
عضو هیئت تحریریه چندین نشریه، مسئول چندین موسسه علمی و پژوهشگری فعال در امر مطالعات جهان اسلام و غرب می باشد.

تماس ها

تلفن 09360957046
پست الکترونیک

alirezajalali1@yahoo.it

domenica 25 giugno 2017

Curriculum vitae di Ali Reza Jalali

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Ali Reza Jalali è nato a Perugia il 20 gennaio 1985. E' cresciuto a Brescia dove ha frequentato il liceo scientifico Isaac Newton conseguendo il diploma di scuola superiore. Nel 2011 ha conseguito la laurea specialistica in giurisprudenza (dopo aver conseguito la laurea breve in scienze giuridiche nel 2009) presso l'Università degli Studi di Brescia, discutendo una tesi sulla forma di governo iraniana.

Nel 2013 ha iniziato il dottorato di ricerca presso l'Università degli Studi di Verona e nel maggio 2016 ha discusso, con esito positivo, una tesi di dottorato sul ruolo della legge islamica nelle costituzioni dei paesi musulmani, potendosi cosi fregiare del titolo di dottore di ricerca (Ph. D.) in Diritto costituzionale. 

Nell'estate del 2016 si è trasferito in Iran proseguendo la sua carriera accademica; è stato titolare di alcune docenze a contratto presso atenei pubblici (Payam Nour University) e privati (Islamic Azad University) della regione di Semnan (presso le città di Shahrud e Damghan), provincia a 250 km a est di Teheran.

Dal gennaio 2018 è Ricercatore universitario di ruolo in Diritto pubblico presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università Statale di Damghan.
 

E' autore di numerevoli articoli scientifici e a carattere divulgativo pubblicati su riviste e siti italiani e stranieri. Ha scritto alcuni libri su temi riguardanti il diritto pubblico e le scienze politiche, principalmente sul tema del rapporto tra la religione e lo spazio pubblico. Si interessa anche di relazioni internazionali con particolare attenzione all'area mediorientale. 

E' stato intervistato su questi temi da alcune delle più importanti testate giornalistiche italiane e straniere. Ha tenuto relazioni presso conferenze scientifiche o universitarie e a carattere divulgativo in Italia e all'estero.

E' attivo anche come consulente legale e commerciale presso alcune aziende che si occupano di commercio bilaterale tra Iran e Italia. E' traduttore, sia scritto che orale, dal persiano all'italiano e viceversa.

E' redattore presso Eurasia. Rivista di studi geopolitici, testata scientifica accreditata presso il MIUR, presidente del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza, nonchè responsabile del dipartimento di studi giuridici e politici del medesimo ente, ricercatore presso il Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (CESEM). 

Contatti:

Telefono,
Dall'Europa: 00989360957046
Dall'Iran: 09360957046

E-mail: alirezajalali1@yahoo.it

lunedì 27 febbraio 2017

Diritto Pubblico, Scienze Politiche, Islam Raccolta di Saggi. Volume 1., Irfan Edizioni, 2017, a cura di Ali Reza Jalali

Diritto Pubblico, Scienze Politiche, Islam Raccolta di Saggi. Volume 1., Irfan Edizioni, 2017, a cura di Ali Reza Jalali

Diritto Pubblico, Scienze Politiche, Islam Raccolta di Saggi. Volume 1., Irfan Edizioni, 2017, a cura di Ali Reza Jalali.
Nuova pubblicazione a cura del Dipartimento di Studi giuridici, politici ed economici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza. Per ogni informazione e per prenotazioni contattare l'Editore tramite il sito internet di Irfan Edizioni. 

lunedì 16 maggio 2016

"Islam, politica, diritto". Nuovo blog del Dipartimento di Studi giuridici, politici ed economici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza


Si informano i gentili lettori del blog che d'ora in avanti gli aggiornamenti potranno essere seguiti solo ed esclusivamente su un nuovo sito: https://islampoliticadiritto.wordpress.com/
 
 

 

 
 

"Islam, politica, diritto"

Blog del Dipartimento di Studi giuridici, politici ed economici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza. Direttore: Ali Reza Jalali (Ph.D.), Dottore di ricerca in Diritto costituzionale presso l'Università di Verona (2016, titolo tesi: "Islam, Costituzione, diritti umani. Il peso della sharia sugli ordinamenti costituzionali"

martedì 3 maggio 2016

Ruhollah Khomeini: lo “spirito di Dio” nel XX secolo (Si ricorda il convegno del 4 giungo 2016 a Roma)

Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito internet della rivista "Eurasia" nel 2012, in occasione dell'anniversario della dipartita dell'Imam Khomeini. Nel riproporre tale testo ai lettori del blog, ricordiamo l'importante convegno internazionale del prossimo 4 giugno 2016 a Roma (vedi in fondo al testo).  
 
 
 
 
 
di Ali Reza Jalali
 
Nel giugno del 1989 scomparve una delle figure più affascinanti del Novecento, l’imam Khomeyni, guida politica e spirituale della Rivoluzione islamica iraniana del 1979. Questo grande intellettuale, sapiente e gnostico, ha saputo coniugare impegno politico, mistico ed etico come pochi, attirando l’attenzione di persone di diverse culture in tutto il mondo.
 
Quando si chiede agli studiosi, chi sia stato il più importante personaggio politico del Novecento, le risposte, in base alle varie sensibilità, potrebbero essere molto diverse. Normalmente, i nomi delle guide politiche sono collegati a degli avvenimenti storici epocali e a dei cambiamenti sociali senza precedenti. Nel linguaggio politico, una svolta sociale, economica, politica, giuridica, culturale e spirituale senza precedenti è definita come “rivoluzione”. Quando ero un liceale, ebbi la fortuna di leggere un libro di René Guénon dal titolo suggestivo: La crisi del mondo moderno (1). La prefazione del libro era stata curata da Julius Evola, che in quell’occasione descrisse in modo esemplare il concetto di “rivoluzione”. Secondo Evola la parola “rivoluzione” può avere due significati: uno “esteriore” ed uno “nascosto”. Il primo significato è quello comunemente ritenuto valido, ovvero un “cambiamento brusco e violento della struttura politica e sociale dello Stato” (2). Ma il pensatore italiano si concentrò soprattutto sul significato “esoterico”, ovvero quello legato all’interpretazione di “rivoluzione” non in un ambito politico e “mondano”, ma spirituale, legato, per certi aspetti, alla “rivoluzione” dei corpi celesti. In questo senso, la “rivoluzione” è un percorso che inizia in un punto specifico, e dopo il compimento di un percorso ordinato e armonioso, si conclude nello stesso punto di partenza (come ad esempio, i moti di “rivoluzione” della Luna intorno alla Terra, o della Terra intorno al Sole). Quindi una “rivoluzione” che premia non il “cambiamento”, radicale o meno, ovvero una “modernizzazione”, bensì una “rivoluzione” nel solco della “tradizione”. Con questo punto di vista, una vera rivoluzione non consiste solo in un cambiamento della struttura sociale e politica, come lo sono state la Rivoluzione francese del 1789 o quella americana di poco precedente, ma soprattutto il “ritorno” ad un punto di partenza mistico e spirituale. In questo senso, l’Origine di tutto è l’Essere Primordiale, lo Spirito di Dio. Se questa è l’ottica gnostica per un’analisi completa del significato di rivoluzione, allora l’unica “vera” rivoluzione novecentesca è stata quella islamica in Iran, nel 1979. E se volessimo fare il nome di un personaggio politico che ha cambiato le sorti dell’umanità nel XX secolo, saremmo costretti a fare il nome della guida di quella rivoluzione iraniana, l’Ayatollah (3) Ruhollah (4) Khomeyni.
 
In questi giorni ricorre l’anniversario della sua morte, avvenuta nel giugno del 1989. L’evento funebre rappresentò uno degli spettacoli sociali e spirituali più importanti del Novecento; infatti, quando agli iraniani arrivò la notizia della morte del loro amato “imam” (5), iniziò un movimento spontaneo, da diverse zone del Paese e della capitale Tehran, di milioni di individui verso i luoghi della vita della loro guida, dalla sua umile dimora a Jamaran, nella periferia settentrionale della capitale iraniana, fino al cimitero “Beheshte Zahra”, dalla parte opposta di Tehran. Il viaggio mistico e politico dell’imam Khomeyni, almeno dal 1979, era iniziato proprio in questo cimitero, dove egli era andato, appena tornato dall’esilio all’estero, per commemorare i martiri della rivoluzione. Anche questo processo “rivoluzionario”, nel senso evoliano del termine, di ritorno al punto di partenza, dimostra la grandezza dell’Ayatollah Khomeyni. Ma egli non era solo un uomo politico, che presentando un modello spirituale, tradizionale e teocentrico aveva sconvolto il mondo bipolare di allora, basato sull’apparente contrapposizione di due ideologie moderne e laiche (se non atee) quali il capitalismo liberale e il marxismo, per certi aspetti “due facce della stessa medaglia” (6).
 
L’imam Khomeini: “hakîm” del nostro tempo
 
Spesso in Occidente si parla delle idee politiche dell’Ayatollah Khomeyni, ma si trascura il fatto che egli, prima di essere un uomo politico, era un grande gnostico, un filosofo, un giurista, un poeta e un artista. In ambito iranico, i sapienti dell’antichità erano chiamati “hakîm”; l’appellativo di hakîm (saggio) veniva concesso agli scienziati che avevano il pregio di essere dotti in diversi ambiti, non solo, ad esempio, in filosofia, teologia, giurisprudenza o nelle scienze sperimentali, ma in tutte le scienze contemporaneamente. Per esempio, Avicenna (980-1037), nativo della regione del “Grande Khorasan” (Asia centrale) e morto a Hamadan (odierno Iran occidentale), era soprannominato appunto “hakîm” perché oltre a essere un filosofo di altissimo rango era anche un noto e famoso medico (celebre il suo libro “Il Canone”, considerato all’avanguardia anche in Europa fino a tutto l’Ottocento). Dire quindi che l’imam Khomeyni sia stato un “hakîm” del nostro tempo non è un’esagerazione, visto che egli era competente in diverse scienze. Nei suoi libri e nei suoi discorsi si rintracciano infatti aspetti importanti delle sue conoscenze, anche se l’Ayatollah, per via di una grande umiltà, non amava esibire troppo il proprio sapere. La sua umiltà era una delle caratteristiche della sua grandezza. In un suo discorso disse:
 
“Lo giuro su Dio, io non ho ancora avuto l’onore di eseguire due rak‘at (7) di preghiera per la causa di Dio, ma tutto quello che faccio, purtroppo, è per amore del mondo”.
 
Una frase del genere, detta da un uomo qualunque non sarebbe nulla di clamoroso. Ma se a proferirla è un uomo colto, sapiente, mistico di livello immenso come l’imam Khomeyni, si può comprendere l’umiltà di questo “rivoluzionario”, non solo per questioni politiche, ma principalmente per la sua forza spirituale, che ha affascinato molte persone, amici e nemici, tutti concordi sull’immensità dell’”imam della comunità” (8).
 
Il grande “jihâd”
 
L’aspetto in assoluto più interessante dell’insegnamento dell’imam riguarda il fatto di coniugare l’impegno sociale e politico con l’etica e la morale. In un’epoca in cui si parla tanto di “Stato laico”, l’imam rivendicava con forza la necessità che la politica non si dividesse dall’etica, in quanto la militanza senza etica si trasforma spesso, come la storia del Novecento ci insegna, in massacri, guerre e distruzione. Ovviamente anche la religione può essere accompagnata da violenza, ma l’esperienza insegna che senza etica, lo sterminio è una cosa normale. Le guerre mondiali nel XX secolo, che hanno visto lo scontro tra ideologie “moderne” e “laiche”, hanno lasciato sul campo decine di milioni di vittime, cosa che le guerre di religione non avevano mai fatto, almeno per ciò che concerne la quantità dei morti. L’imam Khomeyni amava spesso ripetere una tradizione del profeta Muhammad:
 
“Torniamo vincitori da un piccolo jihâd, e ci apprestiamo a combattere un grande jihâd”. (9)
Secondo l’interpretazione dell’imam, in questa tradizione il Profeta dell’Islam ha voluto sottolineare come la guerra propriamente detta, l’impegno politico e sociale, siano cosa secondaria rispetto alla “grande guerra” che ogni essere umano deve intraprendere per controllare i propri istinti animali che lo allontanano dalla Via di Dio. Un impegno politico senza l’autocontrollo porterebbe infatti l’uomo su una via già percorsa da molti famosi “rivoluzionari” che prima di ottenere il potere si comportano in modo impeccabile, ma una volta preso il controllo della “cosa pubblica” il loro comportamento diviene addirittura peggiore dei loro predecessori. Il caso emblematico è la Rivoluzione francese, contraddistinta da grandi violenze e usurpazioni, in nome della “Dea Ragione”. I giacobini, a forza di massacrare i loro oppositori, finirono per essere più odiati del monarca dispotico che avevano in precedenza combattuto. Nel pensiero dell’imam, quindi, lo sforzo mistico per raggiungere uno stato di autocontrollo quasi totale (grande jihâd) è più importante della politica, almeno intesa in senso secolare. Più volte l’Ayatollah ha ribadito la sua totale convinzione riguardo a ciò; non solo in ambito politico, ma anche per le conoscenze scientifiche. Egli in un famoso discorso disse:
 
“La scienza deve essere accompagnata dall’etica; una scienza senza etica è pericolosissima. Se dovessi scegliere tra le conoscenze scientifiche senza l’etica o l’etica senza la conoscenza, sceglierei sicuramente la seconda via”.
 
Come non condividere una tale analisi, alla luce dei massacri compiuti per mezzo ed in nome di una scienza “moderna” che non è accompagnata da un’etica a misura d’uomo? Tale questione, sollevata da questa grande figura di “rivoluzionario” misconosciuta in Occidente, resta a tutt’oggi di fortissima attualità.
 


NOTE:
 
(1) René Guénon, La crisi del mondo moderno, (trad. it.) Edizioni Mediterranee, Roma 1972.
(2) Giuseppe Pittano, Dizionario italiano, Gulliver, Chieti 1995.
(3) Quella di Ayatollah, letteralmente “segno di Dio”, è la più alta carica della gerarchia del clero in ambito islamico sciita.
(4) Ruhollah, il nome di “battesimo” dell’Ayatollah Khomeini, vuol dire letteralmente “Spirito di Dio”, e in ambito islamico è il soprannome di Gesù Cristo.
(5) Nell’islam sciita, il concetto di “imam” (letteralmente “colui che sta avanti”) implica non solo, come in ambito sunnita, la persona che guida la preghiera congregazionale o un esperto di scienze islamiche, ma soprattutto la guida politica e spirituale della comunità dopo il profeta Muhammad, ovvero i dodici “imam immacolati” della tradizione sciita (per questo gli sciiti sono anche definiti “duodecimani”). Nel caso dell’Ayatollah Khomeyni, però, rappresenta più che altro un titolo che vuole sottolineare, da un lato, la grandezza della personalità dell’imam, dall’altro, il forte legame spirituale e affettivo che lo legava alla sua gente.
(6) Massimo Fini, Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità, Marsilio, Venezia, 2002.
(7) La “salât”, l’orazione rituale islamica, obbligatoria per i musulmani e da eseguirsi cinque volte al giorno in momenti stabiliti in base al movimento apparente del sole, è composta da un numero variabile, a seconda della preghiera, di “unità di misura” definite “rak‘at”, che a loro volta comprendono una serie prestabilita di formule e movimenti. Ad esempio la preghiera del mattino è composta da due rak‘at, quella di mezzogiorno da quattro rak‘at ecc. Dire di non aver effettuato neanche due rak‘at per la causa di Dio, vuol dire di non essere degno di un certo rango elevato. Quanta umiltà in questo grande uomo! Cosa dovremmo dire allora noi persone comuni, che non appena compiano un’azione positiva pensiamo di aver raggiunto chissà quale “stazione divina”… Non a caso un grande sapiente dell’antichità come Socrate diceva: “L’unica cosa che conosco è che non conosco nulla”.
(8) Uno dei tanti appellativi dell’Ayatollah Khomeyni (in persiano “emam-e ommat”).
(9) Gli “ahâdîth”, ovvero le tradizioni e i racconti riferiti all’”esempio virtuoso” del Profeta Muhammad, sono tra le principali fonti delle scienze islamiche in generale e del diritto islamico (“fiqh”) in particolare. Questa specifica tradizione è riferita ad una battaglia condotta dai musulmani di Medina contro i politeisti meccani, nella quale la fazione del profeta Muhammad aveva prevalso. Il Profeta vedendo molta allegria e anche un certo atteggiamento vanaglorioso da parte dei suoi soldati, pronunciò questa frase per far capire che la guerra contro i nemici è nulla in confronto alla battaglia per l’autocontrollo, quella contro il proprio ego. Sul concetto di “jihâd” poi andrebbero dette molte altre cose, ma qui bisogna sottolineare come spesso in Occidente vi sia una traduzione sbagliata di questo termine. Letteralmente “jihâd” vuol dire “sforzo”, inteso come “sforzo per la causa di Dio”; qualsiasi opera che venga posta in essere con l’intento di compiacere il creatore è “jihâd”, dunque non solo la guerra contro un ipotetico nemico della comunità islamica che abbia intrapreso un’azione militare contro i musulmani, ma anche e soprattutto questioni come scrivere un libro per compiacere il Creatore, giocare con i propri figli per amore del Compassionevole, parlare gentilmente con le persone come segno di devozione all’Altissimo, sono tutte delle forme di jihâd. Anzi, di “grande jihad”.
 
 
Convegno internazionale dedicato alla figura dell'Imam Ruhollah Khomeini
 
 
Il Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza - in collaborazione con Irfan Edizioni, Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell'Iran, Unione delle Associazioni Islamiche degli Studenti - Italia, Libreria Raido, Associazione Identità Europea - presenta: convegno internazionale dedicato alla figura dell'Imam Ruhollah Khomeini, grande filosofo, gnostico, giurista e leader politico musulmano del Novecento. Luogo: Roma, presso Hotel Best Western (zona stazione Tiburtina) Data: 04 - 06 - 2016 ore 15.


Per maggiori informazioni vedi la locandina ufficiale del convegno





 Partecipano alla discussione con varie relazioni
 
Giuseppe Aiello (Editore Irfan Edizioni e vice presidente Centro studi Dimore della Sapienza) 
 
Paolo Rada (Studioso e direttore del dipartimento di studi storici del Centro studi Dimore della Sapienza)
 
Akbra Gholi (Direttore Istituto culturale Repubblica Islamica Iran)
 
Adolfo Morganti (Editore Il Cerchio e presidente associazione Identita' Europea)
 
Claudio Mutti (Editore Ed. All'Insegna del Veltro e direttore della rivista Eurasia)
 
Hujjatulislam A. Emami (Studioso e sapiente religioso sciita)
 
Modera 
 
Ali Reza Jalali, presidente centro studi Dimore della Sapienza 
 
L'evento viene organizzato nell'anniversario della dipartita dell'Imam Khomeini (4 giugno 1989) 
 
Le relazioni saranno in italiano o in persiano (con traduzione simultanea in italiano)
 
info: Segreteria organizzativa, Giuseppe Aiello tel. 3297223003

domenica 24 aprile 2016

Convegno internazionale dedicato alla figura dell'Imam Ruhollah Khomeini a Roma il 4 giugno

Il Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza - in collaborazione con Irfan Edizioni, Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell'Iran, Unione delle Associazioni Islamiche degli Studenti - Italia, Libreria Raido, Associazione Identità Europea - presenta: convegno internazionale dedicato alla figura dell'Imam Ruhollah Khomeini, grande filosofo, gnostico, giurista e leader politico musulmano del Novecento. Luogo: Roma, presso Hotel Best Western (zona stazione Tiburtina) Data: 04 - 06 - 2016 ore 15.


Per maggiori informazioni vedi la locandina ufficiale del convegno





 Partecipano alla discussione con varie relazioni

Giuseppe Aiello (Editore Irfan Edizioni e vice presidente Centro studi Dimore della Sapienza) 

Paolo Rada (Studioso e direttore del dipartimento di studi storici del Centro studi Dimore della Sapienza)

Akbra Gholi (Direttore Istituto culturale Repubblica Islamica Iran)

Adolfo Morganti (Editore Il Cerchio e presidente associazione Identita' Europea)

Claudio Mutti (Editore Ed. All'Insegna del Veltro e direttore della rivista Eurasia)

Hujjatulislam A. Emami (Studioso e sapiente religioso sciita)


Modera 

Ali Reza Jalali, presidente centro studi Dimore della Sapienza 



L'evento viene organizzato nell'anniversario della dipartita dell'Imam Khomeini (4 giugno 1989) 


Le relazioni saranno in italiano o in persiano (con traduzione simultanea in italiano)


info: Segreteria organizzativa, Giuseppe Aiello tel. 3297223003

giovedì 7 aprile 2016

I BALCANI: EURASIA 1/2016

Si segnala l'uscita del nuovo numero della rivista scientifica di Area 12 "Eurasia. Rivista di studi geopolitici", con un contributo del Direttore del Dipartimento di Studi giuridici e politici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza. Di seguito l'editoriale e il sommario. Per ogni ulteriore informazione rivolgersi direttamente ai contatti presenti sul sito ufficiale della rivista. 

http://www.eurasia-rivista.org/scriverci/ 




I BALCANI


di Claudio Mutti*



Nel suo celebre libro sulla “Grande Scacchiera” eurasiatica, Zbigniew Brzezinski indica alla superpotenza statunitense quelli che il sottotitolo stesso definisce come “i suoi imperativi geostrategici”. Il capitolo in cui l’autore suggerisce agli USA di dominare l’intero continente utilizzando e favorendo l’anarchia etnica, religiosa e politica reca un titolo eloquente: I Balcani eurasiatici (The Eurasian Balkans). “In Europa – scrive Brzezinski – la parola Balcani evoca immagini di conflitti etnici e di rivalità regionali di grandi potenze. Anche l’Eurasia ha i suoi Balcani, ma i Balcani eurasiatici sono molto più estesi, più popolosi, ancor più eterogenei sotto il profilo religioso ed etnico. Si trovano in quell’ampia ed oblunga area geografica che contrassegna la zona centrale di instabilità globale (…) che abbraccia porzioni dell’Europa sudorientale, l’Asia centrale e parti dell’Asia meridionale, l’area del Golfo Persico e il Medio Oriente”1.

Da parte sua, il geopolitico François Thual, analizzando il fenomeno mondiale della proliferazione degli Stati e della corrispondente frammentazione politica del pianeta, paragona l’emergere delle nazioni dell’America latina alla nascita degli Stati balcanici. Inoltre, Thual applica il concetto di balcanizzazione alla devoluzione della parte araba dell’Impero ottomano: “la morte dell’Impero ottomano prima nei Balcani e poi nel mondo arabo ha inaugurato un processo di spezzettamento che è durato novant’anni nella parte europea e centoquarant’anni nell’altra”2.

Bastino questi due esempi per mostrare come il lessico geopolitico faccia ricorso alla metafora dei Balcani ed al termine balcanizzazione per indicare un’area afflitta da instabilità e disordine cronici dovuti a conflitti etnici e religiosi, nonché il corrispondente processo di disgregazione degli Stati.

Il termine balcanizzazione nacque nelle cancellerie europee alla fine della prima guerra mondiale, che segnò la scomparsa di quattro imperi e la nascita di entità statuali mai esistite prima d’allora, fra cui il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni; ma già i cento anni precedenti (intercorsi fra la rivolta serba del 1815 e la fine della seconda guerra balcanica, nel 1913) avevano assistito all’ultima fase dell’indebolimento ottomano ed alla nascita di sei nuovi Stati: Grecia, Serbia, Montenegro, Romania, Bulgaria, Albania.

Ma neanche la Grande Guerra pose un termine definitivo al processo balcanico di dissoluzione. La disintegrazione dello Stato jugoslavo fra il 1991 e il 2008 ha dato alla luce sette staterelli: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Cossovo. Questo ulteriore processo di disgregazione ha confermato presso l’opinione pubblica dell’Europa occidentale la validità del termine balcanizzazione, rafforzandone le connotazioni negative, le quali non si riferiscono soltanto al fenomeno della parcellizzazione territoriale ed all’instabilità politica, ma anche a violenti conflitti etnico-religiosi ed a fenomeni di pulizia etnica.

La regione che ha prestato il suo nome3 alla metafora con cui vengono indicati i fenomeni suddetti è la penisola limitata ad est dal Mare Egeo, a sud dal Mediterraneo, ad ovest dallo Jonio e dall’Adriatico. A nord, l’interpretazione più estensiva fissa il confine della penisola in corrispondenza della linea immaginaria Trieste-Odessa; ma per lo più si tende ad assumere come limite settentrionale la linea segnata dal corso inferiore del Danubio, da quello della Sava e del suo affluente Kupa (tra Slovenia e Croazia, non lontano da Fiume). In conformità di questo secondo punto di vista, possono essere considerati paesi balcanici a pieno titolo la Bulgaria, l’Albania, la Grecia e gli Stati successori della Jugoslavia (tranne la Slovenia, che viene inserita nel gruppo dei “paesi alpini”4, ma è ritenuta parte integrante dei Balcani per varie ragioni). Paesi parzialmente balcanici, infine, sono la Romania e la Turchia.

Su questo territorio è stanziata una decina di popoli, nonché vari gruppi etnici minori; vi si parlano idiomi di diversa origine (tre o quattro lingue slave, il romeno, l’albanese, il neogreco, il turco) e vi si praticano religioni diverse (l’Ortodossia, il Cattolicesimo, l’Islam).

Il complesso mosaico costituito da una tale varietà etnica e culturale ha offerto agli strateghi dello “scontro delle civiltà” la possibilità di favorire quel genere di conflitti che vengono chiamati “guerre di faglia”5; è stata infatti la Federazione Jugoslava, la costruzione statale più rappresentativa di tutto il mosaico balcanico, a fornire il terreno per “il più complesso, confuso e variegato intreccio di guerre di faglia dei primi anni Novanta”6.

Data la sua natura geografica di “prolungamento dell’Asia anteriore sul suolo europeo”7, oggi la penisola balcanica subisce immediatamente, prima di altre regioni, l’impatto di destabilizzanti ondate migratorie destinate a trasmettersi al resto dell’Europa. Nei primi due mesi del 2016 la Grecia ha registrato l’arrivo di 132.200 individui, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente gli arrivi erano stati 3.952. Per quanto riguarda gli altri paesi della cosiddetta “rotta balcanica”, dall’inizio del 2016 alla fine di febbraio si hanno i seguenti dati: Macedonia 89.000, Serbia 93.600, Croazia 103.200, Slovenia 98.400. Gli arrivi concernenti l’Ungheria e l’Austria sono stati, rispettivamente, 3.600 e 110.700.

La situazione prodotta da tali ondate ha indotto perfino il commissario europeo per le migrazioni e gli affari interni, Dimitris Avramopoulos, a paventare il rischio di un collasso totale. Contemporaneamente, l’ex ministro della Difesa italiana Mario Mauro rivelava che le forze militari della missione Kfor avevano ricevuto l’ordine di traghettare sulle coste italiane i 150.000 clandestini bloccati tra il Cossovo e l’Albania. Lo stesso comandante della missione NATO, il generale Miglietta, il 27 gennaio aveva dichiarato alla Commissione Difesa del Senato italiano che, secondo informazioni provenienti dai servizi segreti europei, qualche centinaio di terroristi del cosiddetto “Stato Islamico” si era già mescolato alla folla dei clandestini.

L’assistenza fornita dalle forze militari della NATO al disordine migratorio è un’ulteriore conferma di ciò che abbiamo sostenuto su queste pagine8: le “migrazioni artificiali coercitive” (coercive engineered migrations) teorizzate negli USA9 si configurano come un’arma non convenzionale che, al pari di altre armi non convenzionali impiegate nella “guerra senza limiti”, viene usata contro l’Europa.



* Direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.



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  1. “In Europe, the word Balkans conjures up images of ethnic conflicts and great-power regional rivalries. Eurasia, too, has its Balkans, but the Eurasian Balkans are much larger, more populated, even more religiously and ethnically heterogeneous. They are located within that large geographic oblong that demarcates the central zone of global instability (…) that embraces portions of southeastern Europe, Central Asia and parts of South Asia, the Persian Gulf area, and the Middle East” (Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy And Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York 1997, p. 123).
  2. François Thual, Il mondo fatto a pezzi, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008, p. 50.
  3. Propriamente, Balcani (dal turco balkan, “montagna” o “catena montuosa”) è il nome del sistema montuoso che si estende dal fiume Timok, affluente di destra del Danubio, al Capo Emine sul Mar Nero. Di qui le denominazioniBalcania e Penisola balcanica.
  4. Cfr. ad esempio The Reference Atlas of the World, Dorling Kindersley Ltd, London 2004; Atlante del Mondo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001.
  5. “I conflitti di faglia sono conflitti fra stati o gruppi appartenenti a diverse civiltà, e assumono carattere violento. Simili guerre possono verificarsi tra stati, tra gruppi non governativi, oppure tra stati e gruppi non governativi. I conflitti di faglia all’interno di uno stato possono coinvolgere gruppi prevalentemente localizzati in aree specifiche del paese, nel qual caso il gruppo che non controlla il governo lotta solitamente per la propria indipendenza e può essere disposto (ma può anche non esserlo) a sedare il conflitto per un obiettivo un po’ inferiore. I conflitti di faglia all’interno di uno stato possono anche coinvolgere gruppi geograficamente interconnessi, nel qual caso rapporti costantemente tesi erompono di tanto in tanto in scontri violenti (…) A volte i conflitti di faglia riguardano lotte per il controllo di popolazioni. Più di frequente, la posta in palio è il controllo di territorio. Obiettivo di almeno uno dei belligeranti è conquistare territorio e liberarlo da chi vi abita mediante espulsione coatta, eliminazione fisica, o entrambe le cose, vale a dire mediante operazioni di ‘pulizia etnica’. Simili conflitti tendono ad essere particolarmente violenti e brutali, con il ricorso da entrambe le parti al massacro, al terrorismo, allo stupro e alla tortura. Spesso il territorio oggetto di contesa è per uno o per entrambi i contendenti un simbolo vitale della propria storia ed identità, terra sacra sulla quale vantano un diritto inviolabile: la West Bank in Palestina, il Kashmir, il Nagornyj-Karabach, la valle della Drina, il Kosovo” (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, pp. 374-375).
  6. Samuel P. Huntington, op. cit., p. 419.
  7. “L’Espagne, l’Italie des Apennins, le Nord et l’Ouest de la presqu’île égéenne sont les prolongements de l’Asie antérieure et de l’Afrique sur le sol européen” (Jordis von Lohausen, Les empires et la puissance. La géopolitique aujourd’hui, Éditions du Labyrinthe, Arpajon 1996, p. 109).
  8. “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. XII, n. 4 (“Migrazioni”), ottobre-dicembre 2015
  9. “I define coercive engineered migrations (or migration-driven coercion) as those cross-border population movements that are deliberately created or manipulated in order to induce political, military and/or economic concessions from a target state or states” (K. M. Greenhill, Weapons of Mass Migration. Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy, Cornell University Press, Ithaca and London 2010).




I BALCANI
Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi

EDITORIALE
Claudio Mutti, I Balcani

DOSSARIO: I BALCANI
Stefano Vernole, I Balcani, motore della storia europea?
Da sempre l’area balcanica è al centro degli interessi nazionali e tutto quello che accade in quella regione ha conseguenze importanti per la stabilità dell’Italia. Attualmente nei Balcani assistiamo a una duplice criticità, economico-demografica e identitaria, che rischia di travolgere quanto è stato determinato dalle nazioni occidentali dopo gli Accordi di Dayton nel 1995 e l’aggressione alla Federazione Jugoslava nel 1999. Sullo sfondo traspare, in maniera sempre più evidente, l’antica contrapposizione tra potenze tellurocratiche e potenze marittime, ieri simboleggiata dalla competizione tra Berlino e Londra, oggi dalla nuova guerra fredda tra Mosca e Washington.

Edoardo Corradi, I Balcani non sono più una priorità per Mosca
La Russia, sia in epoca zarista che durante l’Unione Sovietica, ha sempre indirizzato la propria geopolitica verso lo sbocco sul Mar Mediterraneo, dando particolare importanza al ruolo della penisola balcanica. A rendere più semplice il lavoro della Russia è stata la vicinanza etnica e religiosa con le popolazioni balcaniche, in particolar modo con la Serbia, dando vita all’idea panslavista nella regione. Tuttavia, con la fine dell’Unione Sovietica e in particolare della Jugoslavia, i Balcani si sono spostati più ad Occidente che ad Oriente, alla luce anche del caos geopolitico e della competizione russo-statunitense nel Vicino e Medio Oriente e nell’Europa orientale, nello spazio storico d’influenza russa. La situazione, alla luce della difficile integrazione europea di Serbia, Macedonia e Bosnia, potrebbe cambiare nuovamente.

Giuseppe Cappelluti, Tramonta il Turkish Stream, risorge il Nord Stream
Il Turkish Stream e il Nord Stream 2 sono parte della stessa strategia, finalizzata a rafforzare la presenza di Gazprom in Europa e ad aggirare un’Ucraina tendenzialmente inaffidabile. Le prospettive dei due gasdotti, però, sono molto diverse: se quelle del primo erano piuttosto incerte sin dall’inizio, il secondo, che gode del sostegno di Angela Merkel e della partecipazione di alcuni dei maggiori colossi europei della meccanica e degli idrocarburi, ha buone probabilità di vedere la luce. E, quando in Siria un caccia russo cadeva sotto i colpi di un missile turco, per i Paesi balcanici si profilava l’ennesima occasione perduta.

Ali Reza Jalali, Transizioni e problema etnico nell’area musulmana balcanica
La questione dello sviluppo di solide democrazie ai confini dell’Unione Europea è sempre stato uno dei temi che ha ossessionato maggiormente gli studiosi e i politici del vecchio continente negli ultimi decenni. D’altro canto, le complesse realtà balcaniche, soprattutto nei luoghi maggiormente a rischio per gli attriti etnico-confessionali, mettono in serio pericolo il percorso verso la democrazia occidentale intrapreso dai paesi dell’area. Se ciò è una realtà generale, lo è a maggior ragione per i paesi musulmani della regione balcanica, soprattutto per quelli di più recente formazione, alla ricerca di modelli che garantiscano la salvaguardia non solo dei diritti fondamentali dei cittadini, ma anche la pace e l’armonia all’interno di fragili Stati multietnici.

Enrico Galoppini, I Musulmani dei Balcani
La plurisecolare presenza islamica nei Balcani, data la sua “eccezionalità” rispetto alla maggioranza degli altri popoli d’Europa, rappresenta simultaneamente un rischio ed un’opportunità. La partita fondamentale si gioca sul tipo di Islam che prevarrà in nazioni come quella albanese o bosniaca. L’uso strumentale dei “genocidi” e il “vittimismo islamico”, sfruttati dai nemici della Russia, non fanno ben sperare, anche se il ruolo delle confraternite sufi potrebbe rappresentare un argine al filo-occidentalismo dell’Islam wahhabita e salafita d’importazione.

Yves Bataille, Il mosaico ex jugoslavo
Il risultato della guerra “umanitaria” intrapresa dall’Occidente contro la Jugoslavia e dello smantellamento della Federazione è sotto gli occhi di tutti: un mosaico di staterelli privi di potere reale o tenuti sotto tutela, alcuni dei quali sono stati assorbiti dalla NATO ufficialmente (Slovenia, Croazia) o ufficiosamente (Cossovo). Dappertutto, classi dirigenti mediocri e corrotte sottomesse ad interessi estranei o sottoposte a ricatto; saccheggio generale delle risorse, delle materie prime e delle imprese.

Lucio Baldelli, Etnogenesi del popolo serbo
Lo spazio balcanico è una tessera fondamentale del mosaico eurasiatico. In questa tessera, la presenza dei Serbi, attestata fin dai tempi antichi, è tutto fuorché marginale; l’origine di tale popolo, nella ridda delle ipotesi formulate, è uno dei capitoli più suggestivi e affascinanti nel libro della storia del nostro spazio continentale. L’Europa è quella che è anche grazie all’opera del popolo serbo nei secoli.

Marco Costa, La transizione geopolitica albanese
Gli ultimi due decenni della storia albanese costituiscono un caso paradossale tanto dal punto di vista ideologico quanto da quello geopolitico. Con la fine del comunismo nella sua variante enverista, che aveva segnato per quarant’anni la storia dell’Albania secondo un socialismo di stampo autarchico ed isolazionista, il “paese delle aquile” nel giro di pochi anni ha adottato una serie di riforme economiche ultraliberiste e ha capovolto le proprie direttrici geopolitiche con l’adesione alla Nato, avvenuta nel 2009. Tuttavia, nonostante la profonda frattura tra i due principali blocchi politici interni, costituiti da democratici e socialisti, paiono oggi aprirsi nuove prospettive eurasiatiche, sia per la ripresa dei rapporti economico-culturali con la Repubblica Popolare Cinese, sia per la lenta normalizzazione diplomatica con la Repubblica di Serbia, nel faticoso ma necessario tentativo di risolvere la vexata quaestio del Kosovo.

Andrea Turi, Geopolitica mediterranea di una colonia del debito
L’approccio alla crisi del debito sovrano di Atene ha sviluppato un discorso monodimensionale incardinato sulla capacità del Governo greco di far fronte (o meno) agli impegni contratti con la troika; l’analisi monofocale delle vicende greche non tiene di conto (se non in rari casi) delle conseguenze geopolitiche della crisi greca, perché, se questa ha limitato le possibilità di azione in politica interna e soprattutto economica, non ha intaccato il valore geostrategico di Atene sullo scacchiere del Mediterraneo orientale.

Ivelina Dimitrova, La Bulgaria: un “cucciolo degli USA”?
La Bulgaria, che fra tutti gli Stati aderenti al Patto di Varsavia era il più fedele satellite dell’Unione Sovietica, dopo il 1989 è diventata un “cucciolo degli Stati Uniti”, come la definì Jacques Chirac. I problemi più gravi che questo paese si trova oggi a dover affrontare sono il drastico decremento demografico, lo spopolamento delle aree rurali e montane e la mancata integrazione delle minoranze etno-linguistiche, spesso escluse dalla società civile per mancanza di un adeguato livello di istruzione.

Cristi Pantelimon, La Romania e le false alleanze strategiche
La Romania si trova in una situazione geopolitica ambigua, che potremmo considerare quella delle false alleanze. Essa privilegia la relazione strategica con le potenze atlantiste per difendersi da una presunta aggressività della Russia. Una visione di questo genere e la geopolitica che ne deriva non hanno fondamento nella situazione geostorica della Romania, stato continentale per definizione. Un’alleanza di questo tipo può funzionare per un certo periodo, ma sarà solo congiunturale e opportunistica. La stessa cosa si può dire anche per gli stati occidentali. L’unica strategia geopolitica a lungo termine che si fondi sulla storia del continente è la strategia eurasiatista, cioè un tentativo di consolidare il Grande Continente da Lisbona a Vladivostok.

Claudio Mutti, Da paese danubiano-balcanico ad avamposto atlantico
Alla collocazione atlantica e occidentale, imposta alla Romania dagl’interessi geostrategici statunitensi, la geografia e la storia contrappongono una ubicazione centrale, che è stata d’altronde sottolineata in vario modo dagli studiosi di geopolitica. A definire lo spazio geografico romeno non è l’Oceano Atlantico; sono, invece, i Carpazi, il Danubio e il Mar Nero.

Aldo Braccio, Un ricordo ottomano
Il paradigma romantico delle nazioni oppresse e risorte ha spesso pregiudicato una valutazione serena e obbiettiva della lunga (cinque secoli) presenza ottomana nei Balcani. La realtà della penisola balcanica nell’impero osmanlı è però quella di un’area ben integrata nell’ecumene imperiale, nel cui contesto fruì per lunghi periodi di pace e di una certa prosperità; l’istituzione dei millet assicurò il rispetto della molteplicità delle fedi religiose e delle etnie mentre il sistema agrario e la creazione di nuove città furono altri aspetti importanti del retaggio ottomano.

Lorenzo Salimbeni, La Grande Guerra nei Balcani
Le pistolettate di Sarajevo del 28 giugno 1914 avviarono la reazione a catena che condusse il mondo in quella che i contemporanei definirono la Grande Guerra. Nella narrazione dell’immenso conflitto e nella comprensione delle sue dinamiche diplomatiche, tuttavia, il fronte balcanico sembrò poi sparire del tutto, laddove giochi di alleanze, rivendicazioni territoriali, separatismi e indipendentismi furono ben più vivaci che sui fronti occidentale e orientale, condannati alla guerra di logoramento. Nodi irrisolti giunti dalle Guerre Balcaniche, lo scontro di interessi fra Impero Austro-Ungarico ed Impero Russo, l’agonia dell’Impero Ottomano, gli interessi divergenti degli Stati dell’Intesa in merito agli assetti da stabilire a conflitto terminato: a partire da tali problematiche si sprigionarono dinamiche che i Trattati di Pace lasciarono ancora irrisolte e sarebbero sfociate nelle vicende della Seconda Guerra Mondiale.

DOCUMENTI
Jovan Cvijić, Geografia umana della penisola balcanica
L’etno-geografo Jovan Cvijić fu uno dei sei esperti della delegazione jugoslava alla Conferenza della pace di Parigi, dove venne costituito il nuovo Stato slavo del sud.
Vasile Gherasim, Eurasia spiritualis
Questo saggio di Vasile Gherasim, del quale viene qui tradotta la prima parte, è stato presentato da Cristian Pantelimon sul n. 4/2015 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

INTERVISTE
Intervista a Márton Gyöngyösi
a cura di C. Mutti
Márton Gyöngyösi, diplomato in scienze politiche ed economia politica, è deputato del Movimento per un’Ungheria Migliore (Jobbik) dal 2010. Dal 2014 è vicepresidente della commissione Esteri del Parlamento ungherese.
Intervista ad Arben Jaupaj 
a cura di M. Costa
Arben Jaupaj, 43 anni, ha studiato storia e filologia all’Università di Tirana. Vive nella città turistica di Berat, ha lavorato come insegnante di storia e filosofia, lettore del Museo Storico cittadino, professore di antropologia culturale nell’Universita di Berati. Ha partecipato a diversi progetti culturali locali e nazionali in collaborazione con il Programma Culturale Svizzera in Albania, le Rete Albanesi di Toscana, la Fondazione Iraniana “Saadi Shirazi” a Tirana, l’Istituto Italiano di Cultura, l’Alleanza Francese, l’Università di New York a Tirana. Ha collaborato con gli uffici culturali presso le ambasciate cinese, spagnola e russa a Tirana. Attualmente è direttore della biblioteca pubblica di Berat e segue un dottorato di ricerca di storia contemporanea albanese presso l’Università di Tirana.

RECENSIONI
Manlio Dinucci, L’arte della guerra. Annali della strategia Usa/Nato (1990-2015), Zambon 2015 (Giacomo Gabellini)
Gennadij A. Zjuganov, La mia Russia. Ideologia del patriottismo russo, Anteo 2015 (Davide Ragnolini)
Fabio Falchi, Il Politico e la Guerra, Anteo 2015 (F. F.)
Emil Cioran, Apologie de la barbarie. Berlin-Bucarest (1932-1941), Editions de L’Herne 2015 (Yannick Sauveur)